Per la rassegna LA SCRITTURA CURA, pubblichiamo oggi un racconto della nostra socia Elisabetta Ronchetti, che evidenzia con ironia le tematiche di buona convivenza tra vicine di case. 

SGUARDO SUL CORTILE

di Elisabetta Ronchetti

Mi sono stancata di affacciarmi alla finestra della camera e vedere tutto il grigio del cemento. Almeno, quando ero nell’altra casa, affacciandomi vedevo una fila di pini. E sotto ai pini, c’erano cespugli di bosso. E dietro ai pini, una lunga siepe di alloro.

Va bene, il cortile in quella casa non era un granché anzi, era il cortile di una delle case più umili del paese, ma il verde c’era.

Qui, invece, solo cemento.

Questo cortile è chiuso sui quattro lati da mura. Su due lati opposti tra loro, le mura sono di abitazioni, un altro lato del cortile è chiuso dal muro di una cantina, il lato a esso opposto è chiuso da un alto muro di cinta che confina con un cortile adiacente.

La pavimentazione è tutta di cemento grigio e sul fatto di vederne, di grigio, guardando fuori dalla finestra, non ci si può sbagliare. 

Una minuscola striscia di terra di appena cinquanta, sessanta centimetri di larghezza e di un metro e mezzo circa di lunghezza, è stata salvata dal cemento e lasciata libera alla base dell’alto muro di cinta, ma perimetrata da uno spesso bordo di grigio cemento.

Entrando in questo cortile, due pilastri di cemento reggono un ampliamento realizzato al primo piano negli anni ’70.

A piano terra, alcune finestre chiuse che danno sul cortile ricordano che negli anni ’40 lì c’era stato uno studio dentistico. Una volta chiuso lo studio, negli anni ’50, quei vani interni non sono mai più stati utilizzati.

Tutto quel cemento sulla pavimentazione è stato gettato dopo la fine della crisi del petrolio degli anni ’70, a chiusura di cisterne interrate per la riserva di cherosene, che era servito, nei tempi dell’austerity, per il riscaldamento degli appartamenti che si affacciano sul cortile.

Vedo questo cortile da diversi anni ormai ed è sempre lo stesso.

Sono stanca di tanto grigio e mi decido a scendere per vedere com’è la terra: smottandola vedo che ce n’è fino a una giusta profondità da poter contenere delle piante.

Mi viene in mente come ogni anno, alla vigilia della primavera a Parma c’è il solito appuntamento “Parmainfiore”, con vivaisti che vengono da varie parti d’Italia.

Lo spettacolo di fiori e colori durante questa manifestazione è notevole e ne approfitto per andarci e rifarmi gli occhi, poi finisco per acquistare una cassetta di comunissime petunie, quei fiorellini dalle tinte forti che danno la certezza di crescere rigogliosi in poco spazio e con poche cure.

Torno a casa e appoggio la cassetta di petunie davanti alla striscia di terra in cortile, in modo da essere comoda una volta presa la decisione di cominciare a interrarli.

Vado in cerca di una paletta, di un annaffiatoio e di quei piccoli attrezzi da giardiniere che servono e mi accingo a scavare per far posto alle radici delle piantine.

Si affaccia la signora del primo piano con un tempismo sorprendente e comincia a dire con un tono simile a una gracchiata: “Cosa stai facendo?”.

Mi è chiaro che con una paletta in mano, inginocchiata davanti a una aiuola, con delle piantine in mano, mi sta semplicemente provocando, perché l’evidenza lascia poco spazio alla fantasia.

Tuttavia cerco di assecondarla per gentilezza: “Metto dei fiori” – le rispondo.

“Ma lo sai che proprio oggi li stavo andando a comprare? Glieli devo mettere io. Dopo come facciamo? Glieli mettiamo in due? Non ha senso, non credi?”.

Quel “proprio oggi” in anni in cui non ho mai visto dei fiori in quel cortile, è così poco credibile da rasentare il comico, ma mi trattengo dal palesare qualsiasi espressione intuendo, date le premesse, una certa difficoltà di interpretazione della mia interlocutrice. Tra l’altro, mi faccio la domanda su cosa abbia più senso interrare: se i miei fiori nella cassetta lì davanti o i suoi non ancora acquistati ed evidentemente pensati in quel momento solo alla vista dei miei, ci scommetto. Constato, per semplice buon senso, come la risposta venga da sé. Ma il fatto che questa risposta ovvia evidentemente giunga solo a me, sa di momento fantasy-horror che sta per compiersi.

Il mio senno mi suggerisce di evitare di entrare in una trama dell’assurdo perché o si gioca ad armi pari o quella delle due più priva del senso dell’orrido e più ancorata al dato di realtà e verità potrebbe avere la peggio, quindi me ne guardo bene dal voler disputare una querelle del genere sperando di riuscire a raggiungere un accordo.

Trovo che i miei fiori stiano molto meglio sui miei davanzali e ne riempio diversi vasi: due per davanzale.

Poi guardo ancora una volta il cortile dalla finestra e mi accorgo che è ancora grigio senza alcuna variazione, nonostante l’annunciata novità. 

Guardo allora i miei davanzali pieni di colori e me ne riempio gli occhi. 

  Elisabetta Ronchetti

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