Racconti Pandemici IV

PASTA COVID di Manuela Fiorini

Ancora qualche dubbio sul menù delle Feste? La nostra socia Manuela Fiorini vi propone la “Pasta Covid”. Buon appetito!

Secondo lockdown, anche se fanno di tutto per non chiamarlo così. 

Smart working: ci sono da quasi dieci anni, quindi non posso né lamentarmi né dilettarmi nel fare l’opinionista della domenica sui social. 

Non uscire dal proprio Comune: la maledizione del freelance ti rinchiude in casa anche quando potresti uscire, quindi ancora per me non cambia nulla.

Si può uscire solo con il cane: sono sempre e solo uscita con il cane, quindi ancora grossi cambiamenti nella mia vita non ne vedo.

Non si può far visita ai parenti: sono figlia unica, i miei genitori abitano su un’isola al di là del mare; i miei cugini di 120° grado vivono in Canada o in Australia, quindi anche qui il problema non si pone. 

DAD: didattica a distanza. Non ho mai sentito la necessità di replicarmi, quindi nemmeno qui nulla cambia. 

Divieto di assembramento: abito in una sperduta frazione di campagna e nutrie, gufi, piccioni e altra fauna autoctona sono poco inclini alla movida. 

Ci sarà pure qualcosa che io possa fare per provare l’ebbrezza della segregazione sanitaria…

Dopo una profonda riflessione e uno studio sociologico, mi focalizzo sull’unica cosa che potrei fare per sentirmi parte contemporaneamente: dei complottisti, dei negazionisti, dei prodigi canori da balcone, degli opinionisti…Tutti costoro, durante il primo lockdown, hanno avuto qualcosa in comune: zitti zitti, sono andati al supermercato a comprare il lievito per fare in casa pane, pizza, torte per poi postare su Facebook le foto dei loro manicaretti con il tag #foodporn. Ecco l’idea per provare davvero qualcosa di diverso e per me estraneo: mettermi a cucinare!

Mi metto a cercare nei meandri della cucina. Da qualche parte deve esserci quella bustina di lievito secco che mia madre mi ha sbolognato questa estate, convincendomi con un discorso caritatevole atto a suscitare il mio senso di colpa: “Vuoi che vada a male? Guardalo, poverino…Dai, portalo con te. Tanto io non lo uso”. Come se il lievito fosse un tenero animaletto da salotto e io la stronza che lo abbandona al proprio destino, condannandolo al bidone dell’umido. 

Eccolo, trovato! Ora, vediamo…che cosa posso preparare di facile a…

APERTA PARENTESI STILISTICO – BUROCRATICA

La persona con cui condivido la vita da quasi 18 anni, non so mai come definirla nei discorsi e nemmeno negli scritti, perché succede sempre come nella storia dell’asino (per conoscere questa istruttiva parabola zen, digitate su Google).

Coniuge: no, non lo è. E una volta che l’ho definito così si è sparsa la voce e sono stata tormentata da tutti coloro che volevano sapere “la grande novità”.

Compagno: Ha un suono vetero comunista, quindi no.

Convivente: È più arido della Death Valley. Bocciato.

Concubino: Ha suono peccaminoso dal retrogusto neocoloniale. E poi è cacofonico. No.

Ma siccome tutti questi sostantivi iniziano con la C, che è anche l’iniziale del nome di battesimo del mio…sì, insomma, chiamatelo come volete, in questo racconto lo chiamerò semplicemente “il C.”

CHIUSA PARENTESI STILISTICO – BUROCRATICA

Dicevamo…ora posso preparare qualcosa di facile al C. Spulcio i siti più ricette dai nomi mirabolanti e seleziono la ricetta più facile per la pasta per la pizza. Trovata.

Farina, lievito secco, due cucchiaini di zucchero (ma abbondiamo, va’, che non sia poco), sale, olio di oliva. E poi un bel bicchierone di acqua calda per amalgamare il tutto. Comincio a impastare con la forchetta, tornando con la mente a mia nonna che, da buona rezdora emiliana, a Natale preparava da sola chili di tortellini che bastavano per un anno intero. Eh, sì, mi sento la sua degna erede. Intanto, continuo a impastare. Non faccio caso alla forchetta, che è stata quasi tutta fagocitata dall’impasto. Do un’occhiata alla ricetta: “…impastare con le mani fino a ottenere una pasta liscia e omogenea”. Bene. Lancio la forchetta ormai interamente ricoperta di pasta nel lavandino, mi rimbocco le maniche fino al gomito e procedo. L’impasto è molliccio, tiepido e…sembra vivo. Questa cosa mi inquieta, ma forse è la mia fervida fantasia. No, impossibile dai. Eppure, l’Essere sta risalendo lungo i miei polsi. Silenzioso e fatale, ora sta formando una ragnatela che puzza di lievito di birra e sta ormai raggiungendo i gomiti. Comincio a percepire un vago senso di disagio, che diventa panico quando tento inutilmente di liberare una mano con l’altra, ma peggioro la situazione. Ora l’Essere si è scisso per mitosi e sta conquistando altre parti di me: ne ho sul viso, sulla maglia, persino sui piedi. Lo guardo e ho la sensazione che lui mi ricambi beffardo. 

Getto un’occhiata disperata alla ricetta sullo schermo del telefonino e mi appiglio all’unica ancora di salvezza: i consigli di Benedetta. “Se la pasta risulta troppo molle, aggiungete altra farina”.

Al culmine della disperazione, affondo entrambe le mani “impastate” nel sacchetto, afferro più farina che posso e poi la schiaffo sopra all’Essere. 

“Tieni, maledetto! Seppellisciti sotto a questa montagna di farina”.

L’Essere emette qualche bolla, quasi un rutto che puzza di lievito. Io ricomincio a impastare forsennatamente per liberarmi della pasta che ormai mi arriva all’avambraccio. Un attimo di silenzio. Nulla si muove. 

“Ora lasciate riposare la pasta per almeno un’ora affinché lieviti…”, recita la ricetta. 

Mi libero dei residui dell’Essere sotto un gettito di acqua calda. Poi mi siedo sul divano in compagnia di un buon libro. È così avvincente che…ancora un capitolo. Passano due ore. Accidenti! La pasta! Corro in cucina. Orrore! L’Essere sta fuggendo dalla ciotola e sta prendendo possesso del tavolo. Sta quasi per raggiungere il pavimento. Ho solo un modo per impedire che invada la casa: devo ucciderlo! Cerco su Internet, ma Google non mi vomita nessun risultato soddisfacente su “come uccidere la pasta per pizza mutante”. Devo fare da me. 

Che cosa c’è di più nocivo e fatale dell’acido muriatico per sturare il WC? Afferro la bottiglia arancione-radioattivo. Indosso un paio di occhiali da saldatore, un paio di guanti ignifughi e…tié, impasto maledetto! Crepa!

L’Essere comincia a ribollire, fa un ultimo guizzo di vita, poi si ritira e tace per sempre. 

Ora devo far sparire il “cadavere”. Metto tutto in un sacco nero, anzi, meglio in due, lo sigillo con del nastro adesivo e scendo per fare sparire le prove nel cassonetto dell’indifferenziata. 

Torno a casa sfinita, ma viva e felice di aver salvato il mondo da questa dannata Pasta Covid.

Sento girare la chiave nella toppa. Il C. è tornato a casa con la borsa della spesa. 

“Guarda che cosa ho preso!”, trilla felice come ogni volta che ha un colpo di genio. “Farina e lievito di birra fresco! Vuoi provare a fare la pizza, stasera?”.

Lo guardo con gli occhi iniettati di sangue. Lui capisce che non è il caso. 

“No, dai, come non detto. Si capisce che sei stanca. Non preoccuparti, stasera faccio io le lasagne”.

E mentre lui prepara gli ingredienti per il ragù, una piccola massa molle e informe sta lentamente e diabolicamente risalendo lungo la sua ciabatta…

Modena, 27 novembre 2020

2020@copyrightManuelaFiorini

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  1. Martino

    La cucina è chimica…anche pericolosa

  2. Gabriele

    Davvero divertente! Ho mal di pancia dal ridere

  3. Daniele Biagioni

    Definirei questo racconto “spassoso”! Leggerlo è stato davvero uno spasso e.. quanto bisogno di ridere abbiamo in questo momento!? Brava Manuela

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