Fa venire voglia di mangiare un gelato, in un pomeriggio di spensierata leggerezza, il racconto del nostro socio Marco Panini per la rassegna LA SCRITTURA CURA. 

FERRAGOSTO 1997

di Marco Panini

Prima la data, poi l’ora, poi la temperatura e di nuovo la data, l’ora, la temperatura di un istante già fuggito, come i colori che si spargono nell’aria delle cifre ora magenta, ora ciano, ora rosso, poi verde, giallo, viola… Di fianco, un altro display che annuncia entusiasta zabaione, nocciola, panna, stracciatella, crema, cioccolata… 

Seduto al tavolino di una gelateria, se chiudo gli occhi ritorno in riva al fiume fra le risate di mia moglie e di una coppia di amici, risuonate per tutto il giorno sotto l’orrido di un ponte spezzato da un terremoto, se li tengo aperti mi faccio ipnotizzare dai due display appesi sopra la vetrina, che screziano l’aria di intermittenze pastose magenta, blu, verde, giallo, ciano, viola, rosso, turchino… Tutt’intorno ciangottano famiglie con gelato, che la gelateria aspira e rigurgita con flusso incessante dal e sul marciapiede piastrellato di stelle gialle su cielo azzurro. 

Ho bevuto due bicchieri di granatina gialla! 

Alle mie spalle, oltre la barriera di pini nani che delimita l’area dei tavolini, una strada chiusa al traffico pullula di gente a bagnomaria nell’afa pesante di un’estate ormai finita. Nel piazzale di fianco langue una giostra ferma e spenta, occhieggiata invano da una masnada di bambini delusi.   

Mi sento un mucchio d’ossa solitario, portato qui dal caso, che diviene nel vuoto dell’odierno spazio-tempo e collassa in infiniti universi paralleli. Dopo l’allegra giornata in riva al fiume, una paura indefinita si svela negli occhi smarriti della mia anima. 

Quindi, tieni gli occhi chiusi

Ma la danza imperturbabile dei display che si alternano in tutti i colori – ora ciano, ora rosa ora turchino ora magenta… ˗ li tiene aperti. 

Di colpo un frenetico scampanellio e un avvampare di luci scompagina l’aria ferma della sera! La giostra si lancia al galoppo coi suoi cavalli bianchi e porta la masnada dei bimbi nel loro primo viaggio intorno al mondo. Gli specchi e le lampadine colorate lampeggiano in un vortice e rendono l’aria ancora più cangiante. 

Come lo è la vita assurda e sorprendente.

Ruotando come un satellite intorno al sole morente, la giostra si carica di quei sogni infantili e forse prima o poiascenderà al cielo come una luccicante mongolfiera e in lento volo orizzontale si dirigerà verso il mondo fatato che balugina lassù, fra le montagne già confuse nella sera. Nella piazza resteranno solo i sorrisi bloccati di noi adulti, le nostre liete pantomime, sguardi accesi e arrendevoli assensi, vanaglorie, trepide e inutili speranze… 

Cos’è che sostiene la mia anima pallida, al guinzaglio del mio polso come un sogno di Chagall?

Con un festoso boato, dalle bocche sonore di quel vortice al galoppo, sboccia una vecchia canzone: non si era più sentita da tempo, l’avevo scordata con cura, puntigliosamente, per non dover più misurare la differenza fra l’oggi e l’Eden perduto. 

L’assaporo con vigliaccheria e stupefatto chiudo gli occhi. In una penombra funerea vedo avanzare la lunga fila dei miei fantasmi, che si guardano intorno indifferenti, attratti solo dai sorrisi dei cavalieri, ma per poco ˗ fantasmi mai morti, che continuano a baluginare inutilmente, un vecchio gioco che non diverte più. Fra di loro c’è la donna della mia vita, quella mai nata, ma amata da sempre. È bellissima e attraversa l’aria cangiante con un ineffabile sorriso. L’amo ancora, ma solo perché sarà sempre un sogno. Il suo occhieggiarmi svela la mia vecchiaia. 

“Basta, fra di noi è finita” – le dico! 

La canzone, ebbra di ricordi, terrà in vita questo istante fino alla fine del mondo, che intanto ˗ riapro gli occhi ˗ continua a cambiare colore, e le famiglie con gelato calpestano le stelle del marciapiede azzurro, e l’ultima intermittenza è verde pisello, e baluginano le prime stelle.  

Una lieve nebbia grigio-perla attraversa l’aria liquida: viene dal passato? Ma non sto ricordando un bel niente, osservo stupito i miei calzoni celesti, poi verdi, poi ocra, poi magenta. 

La canzone invade la mia testa e come una madre amorosa guida l’automobile che viene giù dalla montagna, entra in paese e sbuca nella strada chiusa, un tempo aperta verso la pianura. La riconosco: è la mia prima cinquecento bianca!

Adesso sì che ricordo, adesso sì che sono tornato indietro nel tempo! 

Quella sera, più di trent’anni fa, attraversavo questo paese dopo un’altra giornata di festa lungo il fiume. Di fianco avevo la donna che invece mi è accanto da allora e sotto lo stesso firmamento risuonava nell’aria questa canzone, veniva dalla stessa giostra? Lei mi sorrideva come fa adesso che, uscita dalla gelateria, lecca e succia un gelato rosa, verde e giallo. 

«Ne vuoi?».

«No, grazie».

«Perché?».

«Ho appena bevuto due bicchieri di granita!».

La giostra si ferma e la canzone muore in un sorriso generale. No, non sono triste per quel ricordo, perché non sono i ricordi che uccidono la vita, anzi! La fanno ripartire ogni mattina, ricominciando da capo tutte le sue storie. 

Marco Panini

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Immagine: La giostra (Foto M.Panini)