Un viaggio è sempre diretto verso la speranza. Soprattutto in questo periodo di pandemia. Ecco un suggestivo racconto del nostro socio Martino Sgobba per la rassegna LA SCRITTURA CURA.

VIAGGIO IN TRENO

di Martino Sgobba

L’inaspettata epidemia recita la sua parte da qualche settimana e anche il treno notturno per Milano si è rassegnato a essere strapazzato dalle nuove procedure di pulizia, all’odore del disinfettante sparso a spruzzi violenti; sa che quel fastidio sarà ricompensato da un viaggio senza rumori di russatori, senza gambe allungate sui sedili rimasti liberi, senza furtivi e rovinosi sgranocchiamenti di biscotti, senza pellegrinaggi fino alla toilette con finale sbattimento della porta. 

Il treno è riempito quasi completamente dal nulla. I pochi passeggeri si sono dispersi: due o tre per carrozza e ben distanziati. Luca è seduto. Passa una giovane coppia, forse in cerca di un vagone completamente vuoto; poco dopo, i due riappaiono e si sistemano in fondo. Luca non li può vedere, ma sa che ci sono e che si toglieranno le mascherine per baciarsi; intanto ha rimesso la sua, nonostante sia molto improbabile che dagli innamorati possa giungergli pericolo. Giustifica quel gesto di protezione, ormai automatico, considerando che, come è noto a tutti, l’eros compie disastri e quindi potrebbe produrre virus capaci, a causa dell’eccitazione, di raggiungere bersagli anche molto lontani. 

Il treno parte, nessuno saluta dal marciapiede, lo speaker ricorda al macchinista che il treno sta partendo da Bari ed è destinato a Milano.

Luca deve andare a Milano. Non fa un lungo viaggio in treno da molti anni, da quando i treni erano diversi, meno veloci; da quando, specie di notte, prestavano ancora servizio vagoni con gli scompartimenti lungo un corridoio che consentiva di sottrarsi, per qualche minuto, a passeggeri troppo loquaci. Gli è giunta voce che non ci siano nemmeno più i treni con le cuccette, forse per la riduzione dei tempi di percorrenza, forse per motivi di contenimento delle spese, forse per mancanza di sognatori bisognosi del dondolio della corsa per addormentarsi e del sobbalzo dello scambio per svegliarsi e dimenticare gli incubi.

Il controllore mascherato appare, si ferma, tende il braccio, Luca tende il suo e la disillibazione del biglietto avviene senza eccitazione, senza sguardo di intesa, senza una carezza indagatrice degli occhi, dando per corretti i numeri del treno, dell’orario di partenza, del posto. Il controllore procede, si accorge della coppia e non la distoglie, scompare. Luca libera il respiro dalla benda e lo rivolge verso il finestrino: la notte non è cambiata, da sempre è in quarantena. È un treno di poche fermate. A Foggia, sale un uomo, raggiunge il centro della carrozza, a equidistanza dagli altri viaggiatori. È museruolato anche lui, con mascherina di bella foggia, di quelle a coppa e munite di filtro. Luca soppesa quanto le fioche luci consentono di osservare. Si tratta di un signore più giovane di lui; certo di tempo consistente, ma senza cedimento alle rughe; non è soltanto più giovane, è anche più magro e più alto; a guardare bene, anche più fragile. È vestito nel modo più conveniente per evitare ogni rischio di sciatteria. Toglie l’impermeabile scuro, lo ripiega con cura fino a ridurlo in un fagotto rettangolare e lo sistema sul portabagagli, accanto alla valigetta ventiquattrore. Indossa un vestito della stessa oscurità dell’impermeabile e probabilmente cucito su misura, perché del tutto adeguato alla sua corporatura. Ha una camicia bianca, una cravatta stretta e con un nodo molto piccolo. 

Luca scorge una somiglianza con qualcuno, ma non riesce a definire la sua sensazione; è certo però che sia qualcuno mai incontrato se non in qualche foto: sicuramente un personaggio famoso. Ha però capito che è un uomo triste, di quelli che, pur sapendo di non arrivare mai alla meta, viaggiano in attesa che il loro destino si compia, nell’ultima pagina del diario, quella dove la scrittura sbianca e tace.

L’uomo ha anche uno strano cappello, molto particolare, una specie di bombetta, ma più alta del normale, che ne rende ancora più alta la figura. Se lo leva e svela una capigliatura folta, compatta, ordinata, sopra la fronte nella quale si slarga la lunga testa. Gli occhi sono neri. 

Il nuovo viaggiatore si siede e cessa di esistere. 

Al mattino, Luca è solo nella carrozza. A Pescara, si era addormentato rileggendo Lettera al padre, in una vecchia edizione con una foto dell’autore in copertina e finita chissà come in offerta a pochi euro nell’edicola della stazione. La coppia era scesa a Bologna, senza far rumore. 

Luca preferisce non ricordare i sogni e quindi non sa di aver viaggiato con Kafka.

Luca scende dal treno. Dimentica il libro sul sedile. Kafka partirà per altra destinazione, ma per salvarsi dovrebbe mettere in campo le strategie di sopravvivenza degli scarafaggi, delle quali, come si sa, è esperto. Auguriamogli fortuna.

Luca guarda i taxi, allineati e delusi per il tenue cigolio di bagagli dopo l’arrivo di un treno che, prima della carestia, portava sempre un raccolto abbondante.

Il tassista è contento; Luca gli ha indicato un indirizzo che consentirà un buon guadagno. Parlano del poco o niente che incontrano per le strade, pensano che sarebbe bello giungere a un semaforo rosso, anche il più longevo, e subito dopo ritrovarsi nell’assedio del traffico. 

La domanda indiscreta arriva a fine corsa. 

Luca risponde d’essere atteso da un figlio già guarito dal virus e che ora sta bene; aggiunge che non si incontrano da molto tempo e non soltanto perché vivono in città lontane. 

Il tassista guarda soddisfatto il tassametro e gli spiega che in quarantena sarà facile parlarsi, fosse solo per evitare di essere assordati dal silenzio.

Martino Sgobba

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