1956 1956bLettere di Corsa (Enrico Solmi – Damster Edizioni) è dedicato a tutti quanti hanno un sogno nella vita. E tutti ne abbiamo. Libri sulla Ferrari ne sono stati pubblicati migliaia e non sentivo il bisogno di farne un altro. La mia intenzione era di parlare di un uomo, di un ragazzo uscito dalla guerra senza nulla tranne la sua voglia di fare e di imparare. Un ragazzo che ha contribuito, per la sua parte, a creare il mito che è la Ferrari oggi. Una storia italiana esemplare direi, piena di emozioni, sentimenti genuini, dolori, amori, delusioni, gioia. Il tutto senza nessuna retorica e assolutamente vero, realmente accaduto. Il messaggio che vorrei lasciare è che l’esempio di mio padre possa far riflettere su come si possa vivere facendo qualcosa di grande continuando ad amare le cose semplici e fondamentali della vita, con umiltà e senza l’arroganza di volerlo mostrare. Visti gli esempi che abbiamo avuto ultimamente nella vita pubblica, forse a qualcuno farebbe bene leggerlo. Ricordo in particolare una visita al reparto corse, a metà degli anni ‘70, ai tempi di Niki Lauda. Allora il reparto corse era un semplice capannone all’interno della fabbrica. Era il capannone storico, il primo costruito, tutto rosso, come il resto della struttura. All’interno si trovava una semplice officina, come quella di un normale meccanico. Le vetture venivano assemblate a mano, con perizia e pazienza, come nella migliore tradizione artigiana modenese. Non esistevano fantasmagoriche gallerie del vento o strutture avveniristiche come adesso, niente computer e tutto disegnato a mano. Pochi uomini in tuta, sporchi e sudati, dalle mani d’oro, quasi tutti meccanici e pochi ingegneri, figure quasi leggendarie. Questo mi colpiva. Gli uomini. L’umanità. Che oggi un po’ si è persa. Mio padre parlava spesso di Enzo Ferrari. Naturalmente a lui doveva molto visto che gli aveva dato lavoro fin dall’età di sedici anni, l’aveva fatto studiare e girare il mondo. Parlava di lui come di una persona dura ma giusta, un uomo tutto d’un pezzo che non indietreggiava davanti a nulla, dal carattere non facile. Tra gli aneddoti ne ricordo uno in particolare. In una visita al reparto corse, all’inizio degli anni ’70, Ferrari prese mio padre da parte e indicò alcuni nuovi assunti in reparto, ragazzi che portavano i capelli lunghi. Gli disse le testuali parole, in dialetto: «Di un po’, secondo te, ti ricordi quando eri un ragazzino con i pantaloni corti e mi sei venuto a chiedere un lavoro? Secondo te, se avessi avuto i capelli come quelli là, ti avrei preso?» Detto ciò se ne andò storcendo il suo importante naso, come sua abitudine. Anche questo era Enzo Ferrari. Il periodo in cui padre iniziò a lavorare in Ferrari era proprio l’inizio dell’avventura, erano tempi eroici, terribili, difficili, incoscienti ma indubbiamente pieni di fascino e più ingenui o genuini. I rapporti umani erano molto più stretti, anche perché l’elemento umano era fondamentale e indispensabile. Come ho detto si trattava solo di una piccola officina all’inizio, basta confrontare le foto dei meccanici di allora con quelle di adesso. Certo le condizioni di lavoro erano più dure e la sicurezza lasciava a desiderare. Credo che quello che si possa recuperare di quei tempi sia lo spirito, l’amicizia e i valori in cui quegli uomini credevano. Oggi tutto è migliorato, ma è tutto più asettico, complici anche gli enormi interessi in ballo. Un pizzico di umanità non guasterebbe.

Enrico Solmi