Le note del sax tenore risuonavano nell’aria di Central Park.
Potevano essere le note di mille canzoni diverse, erano malinconiche, piene.
L’uomo era a ridosso del sottopasso, uno dei tanti.
Il tunnel, che fungeva da amplificatore, faceva acquistare alle note ulteriore pienezza ed il loro calore riempiva l’atmosfera di un giorno qualunque nel parco.
Era una giornata di fine agosto. Era un martedì. Il vento della sera precedente aveva pulito il cielo che era di un azzurro intenso. L’aria era calda ma gradevole.
L’uomo era assorto nella sua musica, gli occhi chiusi, l’anima buttata sul pezzo. Erano le note di una canzone, ma potevano essere quelle di mille canzoni diverse. Le mani dell’uomo si muovevano sicure sulle chiavi del sax tenore, l’ottone opaco ne indicava l’età, le emozioni, la storia.
La gente passava leggera, sentiva le note senza ascoltarle. La custodia del sax era aperta, pochi dollari all’interno. L’uomo non aveva un grande aspetto, ma suonava con un’eleganza impeccabile, gli occhi sempre chiusi e la malinconia dell’anima soffiata fuori attraverso l’ancia e modulata dalle mani dai movimenti sicuri.
La musica andava avanti all’infinito, carica di passione. Non si riusciva a distinguere la fine di un brano dall’inizio del successivo. Era come una magia, era ipnotica, poche persone potevano capirla appieno.
Mi trovavo poco distante da quel tunnel, seduto nel prato come tanti altri, pronto ad assaporare il mio pasto acquistato in un fast food sulla 7th.
Non volevo spendere molto tempo per il pranzo, avevo mille cose da fare, dovevo correre, dovevo andare, dovevo vivere la città. Fui però travolto dalla musica e rimasi lì ad ascoltarlo, senza rendermi conto dello scorrere del tempo, immerso nella pienezza di quelle note. Poteva essere trascorso un minuto o un giorno intero quando la musica terminò ed io aprii gli occhi e vidi l’uomo raccogliere i pochi dollari caduti nella custodia, riporre il sax all’interno, calzarsi il berretto dei New York Yankees di un blu sbiadito sulla testa e guardare il cielo.
Fissò l’azzurro per qualche minuto, con gli occhi socchiusi per la forte luce, quasi a pensare alla direzione da prendere, poi infilò il tunnel e si diresse verso il Belvedere.
Camminava lento, la custodia in mano ed un piccolo zaino sulle spalle. Sul viso aveva i segni degli anni, di una vita vissuta intensamente, la barba bianca non curata ed i capelli crespi dello stesso colore sotto il cappello.
Ogni tanto si fermava, guardava la città che si ergeva di là dal parco, guardava il cielo, guardava la gente che correva, passeggiava, chiaccherava. Nessuno sembrava notarlo. Era una goccia nel mare, anche se di un colore diverso – forse per il suo aspetto – e non si riusciva a distinguere dalla massa.
Solo io lo vedevo.
Si sedette su una panchina vicino al laghetto dove barche a remi cariche di ragazzi o turisti si muovevano lente sul pelo dell’acqua. Era solo su quella panchina, sedutosi al centro si levò il cappello, allargò le braccia e volse il volto al sole, assaporandone il calore. Gli occhi chiusi, la testa che si muoveva leggermente quasi stesse seguendo delle note, ed un sorriso leggero.
Rimase così qualche minuto, poi si ricompose, prese il suo zaino e tirò fuori un sacchetto di carta contenente del cibo e qualcosa da bere.
Cominciò a mangiare lento, osservando il mondo intorno a sé, osservando gli sguardi dei turisti che gli passavano a fianco, pieni di compassione – o sdegno – per la sua figura non propriamente elegante, ma non gliene importava. Sapeva bene che l’eleganza non è una cosa che si vede, l’eleganza è nell’anima, ed allora chiuse gli occhi e mentre mangiava ondeggiava la testa, come se sentisse ancora quelle note, quella musica, ed ecco ricomparire il sorriso leggero.
Rimase a lungo su quella panchina, assorto nei suoi pensieri, io che lo osservavo da lontano, sperando di sentire ancora quelle note, che sembravano risuonare solo nella sua testa.
Alla fine si alzò e riprese a camminare verso il suo sottopasso. Quando vi giunse erano circa le tre del pomeriggio. Posò lentamente la custodia per terra, la aprì, osservò il sassofono con un’aria di venerazione. Poi lo prese e poco dopo chiuse gli occhi e nell’aria cominciarono a diffondersi quelle note malinconiche, le note magiche di mille canzoni.
Rimasi ancora ad ascoltarlo, quasi rapito, tanto da non rendermi conto – nuovamente -dello scorrere del tempo.
Quando la musica terminò, il cielo si stava tingendo di rosso ad ovest, dietro le cime degli alberi, dietro le cime dei grattacieli, verso quell’orizzonte che non riuscivamo a vedere perché quello era il nostro mondo, lì era la nostra vita.
L’uomo si rimise in cammino per i vialetti del parco, forse verso la sua dimora, situata non so dove fra le strade di questa città. Io presi la direzione del mio hotel, dimora temporanea del mio viaggio. In comune era il nostro cammino verso un luogo dove potersi abbandonare alla malinconia della propria anima, dove poter lasciare libere le lacrime della propria solitudine.

Massimo Vaccaro – estate 2008