Mese: Aprile 2020

La Scrittura Cura – If there is a horizontal line

Una canzone ispira un racconto che ci trasporta, come per magia, in Cornovaglia. Per la rassegna LA SCRITTURA CURA, ecco il contributo del socio Daniele Biagioni. 

IF THERE IS A HORIZONTAL LINE (SE C’E’ UNA LINEA ORIZZONTALE)

di Daniele Biagioni

La luce di maggio inondava i campi con dolcezza. Il telefono non suonava da giorni. Le ore passavano così lentamente e in modo così anonimo, da rendere l’orologio completamente inutile. Dal momento in cui si era trasferito, la città, con il suo clamore distraente, era divenuta immediatamente un ricordo. Come se qualche centinaio di chilometri avesse il potere di cancellare la recente realtà degli anni trascorsi in una Londra assordante. In un virtuale duello fra lo spazio e il tempo, il primo pareva avere avuto la meglio. Se ne accorgeva soprattutto nel tardo pomeriggio, quando usciva in veranda a bere il suo tè. E osservava. Gli occhi si muovevano dalla scura tazza fumante allo splendore del campo di orzo verde pallido sempre mosso dal vento. La coltivazione arrivava a ridosso della casa e della quercia, possente gigante solitario, che sembrava appoggiarsi alle mura. Il suo tronco ricurvo pareva quasi fuggire dal campo, come temendolo. Un tempo quell’albero maestoso non era stato solo. Un tempo davanti a quella casa si estendeva uno dei più grandi boschi della Cornovaglia. Lo aveva sentito dire dal Pastore di Summercourt. Pareva incredibile anche solo immaginarlo, eppure era così. 

Quel pomeriggio suonò il telefono. Rispose: era lei. “Sì, va tutto bene. Sì, il libro procede bene. Ciao”. Non era vero. Non andava bene nulla e non scriveva una sola parola da giorni. A sé stesso non riusciva sempre a mentire. Eppure quello era un luogo stupendo. Non poteva negarlo. La sera, passeggiando intorno a casa, poteva scorgere le luci delle colline vicine e lontane. E poi sì, certe mattine sentiva l’odore dell’oceano che non era poi così lontano. La siepe di erica multicolore stava sfiorendo, ma era comunque davvero incantevole. Ma tutto ciò non bastava. Ogni cosa sembrava impregnata da un effimero senso di pace. Voluta ma non trovata. 

Poi venne quella sera. Il primo grande temporale che si poteva definire estivo. Tuoni, fulmini e quant’altro. Non si ricordava di avere mai sentito tanta acqua scendere dal cielo. La casa sembrava non potere reggere tutta quella violenza. Improvvisamente, il rumore della pioggia fu interrotto dal clacson di un’automobile. Si affacciò alla finestra: una donna stava dritta in piedi accanto a un’auto enorme. Fissava la casa immobile e seria. L’acqua le scorreva sul corpo. I capelli, lunghi e castani le aderivano al vestito e al corpo stesso. Uscì in fretta e le domandò di cosa avesse bisogno: non rispose in modo sensato, ma iniziò a piangere e a sussurrare frasi con una pronuncia quasi del tutto incomprensibile. Allora la accompagnò in casa: la pregò di sedersi e le diede un telo per asciugarsi; ma lei non si asciugò, né si sedette. Lui smise di fare domande e la osservò girovagare intorno al tavolo con gli occhi spaventati come quelli di un animale in gabbia. La bellezza del suo viso era sconcertante e quasi gli toglieva il fiato. E allo stesso tempo la tristezza che da esso traspariva colpiva il suo cuore con impietosa crudeltà. Poi il continuo sussurro che lei emetteva divenne un sottile canto e fu comprensibile….   “Do you think just like you can divide this, you as yours me as mine..before we were us? If the rain has to separate from itself does it say, pick up your cloud..“. Parole cadute dal cielo in mezzo alle gocce di pioggia. Anche ora che le scriveva sul foglio sembravano bagnate. D’un tratto la sua voce si fece tremolante. Pensò avesse freddo e corse in camera a prenderle una coperta. Ma al suo ritorno lei non c’era più: in pochi secondi era sparita. Stavolta lo spazio era stato nettamente battuto dal tempo. Neppure la sua automobile era più davanti a casa. E la pioggia se ne andò con lei, in un baleno, pochi minuti dopo. Cercò di sapere qualcosa di lei nei giorni successivi, ma fu inutile. Lei fu come un’apparizione: uno di quei personaggi che compaiono senza preavviso in un racconto e scompaiono senza dare al protagonista la possibilità di chiedersi il perché. Eppure quell’insistente “perché” che gli rimbombava nella testa era così difficile da soffocare. Non ne parlò con nessuno, neppure a lei quando, giorni dopo, si degnò di chiamarlo. Che bisogno c’era di parlare di qualcosa che nemmeno lui aveva capito? E presto ricominciò la routine. Il nulla che da sempre esisteva nel suo cuore sembrava avere trovato la sua dimora ideale a Summercourt. 

Infine venne quel pomeriggio in veranda. Il cielo era limpido e i contorni delle poche nuvole bianche erano così precisi da parere essere disegnati col pennello. Le colline erano più piatte del solito e la quercia aveva il tronco ancora più storto. Si mise a pensare come doveva essere quella foresta di querce che un tempo ricopriva tutto lì intorno. Non sapeva perché quel pensiero fosse arrivato così all’improvviso. Tutto doveva essere diverso allora. Il gioco delle ombre e delle luci. Il vento caldo che ora lo colpiva dolcemente sul viso. Il cielo maculato. La linea dell’orizzonte che ora lui poteva vedere perdersi nell’infinito, grazie alla mancanza di qualsiasi ostacolo visivo più alto di una spiga di orzo.  Probabilmente fra gli alti fusti delle querce ombrose anche il suo umore sarebbe stato diverso. Anche lui sarebbe inevitabilmente stato un’altra persona. Fu allora che capì. E non riuscì a trattenere le lacrime. “If there is a horizontal line that runs from the map off your body straight through the Land shooting up through my hearth…will this horizontal line know to find where you end and where I begin..? “. 

Le parti in Inglese sono tratte da “Your cloud”, un brano di Tori Amos, in Scarlet’s Walk, 2002.

Daniele Biagioni

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Immagine: Orizzonte inglese (Foto D.Ori, 2018)

La Scrittura Cura – All can you Eat

Per la rassegna LA SCRITTURA CURA, ecco il racconto della nostra socia Manuela Fiorini, dedicato a tutti coloro ai quali “Tengono più gli occhi della pancia”.

ALL YOU CAN EAT (MANGIA CIO’ CHE VUOI)

di Manuela Fiorini

Fjodor Lancellotti era un uomo ricco, di una ricchezza in parte ereditata dal padre, titolare di una ditta di import-export, in parte accresciuta grazie all’abilità negli affari e alla sua avarizia, divenuta proverbiale tra quanti lo conoscevano. In realtà Fjodor non aveva molti amici e le sue conoscenze erano limitate ai rapporti di lavoro, indispensabili per continuare a mandare avanti il suo giro di affari. L’empatia e la cordialità non rientravano nelle virtù dell’imprenditore, che non si era mai sposato, né aveva avuto figli e aveva ridotte relazioni coi famigliari. Aveva un fratello che viveva all’estero e un cugino che gli telefonava per Natale e per il suo compleanno, ma solo per ricordargli della sua esistenza, sperando un domani, in un lascito. Speranza vana, dal momento che Fjodor, che doveva il suo nome a un nonno di origini russe, nei suoi sessant’anni di vita non aveva mai regalato nulla a nessuno, nemmeno a sé stesso. L’unica sua debolezza, certificata dalla stazza, era la passione per il cibo. Non si concedeva cene gourmet o pranzi nei ristoranti di chef stellati, ma apprezzava l’abbondanza a poco prezzo, le offerte speciali, le confezioni famiglia, le rosticcerie che gli evitavano di cucinare, le trattorie dove le porzioni erano abbondanti e il conto leggero. Avrebbe potuto permettersi di tutto, ma Fjodor aveva fatto della parsimonia un valore da perseguire sempre.

Fjodor Lancellotti aprì gli occhi e si accorse con orrore che quel mattino, la sveglia non era suonata. Era quasi mezzogiorno e per lui, anche se era sabato, il tempo era denaro. Aveva del lavoro da sbrigare e sarebbe stato impensabile rimandarlo anche solo di qualche ora. Il suo stomaco esordì invece con un brontolio di protesta. Era stato a digiuno per troppo tempo e reclamava la sua consueta, abbondante, riserva di cibo. 

Non ho tempo di prepararmi la colazione – pensò – farò un salto al bar all’angolo, dove potrei risparmiare tempo pranzando direttamente, data l’ora.

Si vestì in fretta e scese in strada, ma al posto del solito bar trovò un locale che non aveva mai visto prima. E questo, quando lo hanno aperto? Avrebbe giurato che il giorno prima quel locale dagli arredi rossi e neri e dall’aria vagamente gotica non c’era. Oppure sì. Forse era un po’ che non passava di lì, con tutti gli impegni che aveva avuto negli ultimi tempi. Ma che importava? Non aveva tempo, aveva fame e quel ristorante era a portata di mano. Decise di entrare. Gli venne incontro un cameriere elegante, vestito con gli stessi colori dell’arredo. Era alto e magro, con i capelli scuri e la carnagione olivastra. Aveva il naso aquilino e due baffi sottili. 

“Buongiorno, lasci che le spieghi come funziona il nostro locale” – esordì il singolare personaggio.

Fjodor venne fatto accomodare a un tavolo appartato da un secondo uomo, molto somigliante al primo. Probabilmente, i due erano fratelli. 

“Questo è un locale All you can eat” – spiegò il primo cameriere. – “Significa che a un prezzo fisso può mangiare tutto quello che vuole”.

“Perfetto!” – disse Fjodor, che sentiva sempre più prepotenti i brontolii emessi dal suo stomaco.

“Più è robusto l’appetito, più il pranzo sarà conveniente” – continuò il cameriere.

“E quanto sarebbe il prezzo fisso?” – si informò preventivamente Fjodor. 

“10 euro, davvero conveniente, non trova?”.

“E con 10 euro posso mangiare davvero tutto quello che voglio?”.

“Fino a scoppiare!” – sorrise l’uomo.

“Allora, posso cominciare”. 

“C’è solo una piccola clausola – continuò il cameriere – Non può lasciare nulla nel piatto, o dovrà pagarlo a parte”.

“Certo, il cibo non va sprecato. E, per curiosità, nel caso dovessi lasciare qualcosa, quanto mi costerebbe?”.

“Abbiamo stabilito che per ogni rimasuglio di pietanza verrà addebitato un costo di 100 euro”.

“Ma è…spropositato!”.

“Certo che lo è. Ma così siamo sicuri che i nostri clienti, di fronte alla penalità, regoleranno il loro appetito. Sa come si dice, per certe persone: “Tengono più gli occhi della pancia”.

Fjodor fece un sorriso. In fondo quella era sempre stata anche la sua filosofia di vita: premiare la parsimonia e punire gli sprechi. “Sta bene. Ha un menù?”.

“Nessun menù, le porteremo i piatti della casa”.

Fjodor Lancellotti guardava stupefatto la sfilata di piatti deposti sul suo tavolo. C’era ogni ben di Dio: tris multipli di primi piatti, grigliate di carne e di pesce, contorni, vellutate di verdura, bolliti e salse di ogni tipo. Si gettò con voracità su quell’abbondanza. In pochi minuti, famelico, divorò tutto.

Tutto questo per soli 10 euro – pensò, incredulo per tutto quello che aveva appena ingurgitato – di sicuro tornerò in questo locale.

Il suo stomaco, abituato alle grandi quantità di cibo, si era appena un po’ acquietato. Tuttavia, poco dopo, il cameriere tornò con un carrello colmo di un’altra serie di piatti, con porzioni ancora più abbondanti delle precedenti. Pietanze sempre diverse a gustose. Fjodor mangiò con gusto, anche se con meno avidità di prima. Quando ebbe inghiottito l’ultimo boccone, si sentì sazio. Non appena appoggiò le posate nel piatto, il cameriere con la divisa rosso-nera fece un cenno al collega, che ricomparve poco dopo con un altro carrello pieno di pietanze abbondanti e succulente.

“No, grazie, per me basta così. Ho mangiato abbastanza”.

Il viso dell’uomo si fece cupo. “Ormai abbiamo preparato, se non li gradisce dobbiamo considerare questi piatti come rifiuto e addebitarle il costo – L’uomo fece scorrere lo sguardo sul carrello – Sono otto portate intere, quindi direi che il conto sarebbe di mille euro”.

“Ma lei è pazzo! – urlò Fjodor Lancellotti – Dia qua, li mangerò comunque”.

“Perfetto” – disse il cameriere, cominciando a spostare le pietanze dal carrello al tavolo di Fjodor.

Ogni boccone era più lento, meno gustoso, quasi nauseante. Ci mise tantissimo tempo ma, alla fine, mangiò tutto, fino all’ultima forchettata.

“Ecco, ho finito” – disse Fjodor al cameriere mentre un senso di nausea lo stata assalendo. Mise mano al portafoglio ed estrasse con malagrazia una banconota da dieci euro. La gettò sul tavolo. “Ecco il saldo del conto. Così posso finalmente andarmene di qui”.

“Ma non può – gli rispose il cameriere – Abbiamo preparato il carrello dei dolci, il nostro menù comprende anche quelli. Ma se non li gradisce, può lasciarli e li aggiungeremo al conto finale”.

Fece un cenno al collega, che portò un carrello pieno di leccornie di ogni tipo: bignè, torte secche, pan di Spagna traboccanti di panna montata, pasticcini, dolci al cucchiaio.

“Se lascia tutto questo, direi che sono circa 800 euro, più i dieci del prezzo fisso”.

“Ma che diavolo di posto è questo? – si spazientì Fjodor – Nessuno mangia queste quantità di cibo! È una truffa. Ora esco di qui e chiamo la polizia”.

Fjodor cercò il cellulare dalla tasca della giacca, ma il telefono era sparito. Accidenti…nella fretta devo averlo lasciato a casa. Mancava anche il portafoglio con dentro la carta di credito.

“Se sta cercando la sua carta, l’abbiamo trattenuta noi, per precauzione. Nel caso non volesse pagare il conto. Ci sono tanti furbi al giorno d’oggi”.

Fjodor era furente. Sopraggiunse l’orgoglio. Avrebbe mangiato tutti quei dolci per non dare a quei due la soddisfazione di rapinarlo.

“Portate tutto qui, non ho intenzione di lasciarvi un solo euro in più del prezzo fisso”.

“Benissimo. Prego. Le porto un cucchiaio più grande”.

Fjodor chiuse gli occhi e cominciò a ingurgitare con frenesia tutto quello che aveva davanti, sperando che quel supplizio finisse in fretta. Ogni boccone gli risaliva prepotentemente dallo stomaco lungo la trachea, bruciandogli le mucose. Ricacciò i primi rigurgiti e andò avanti, fino all’ultimo dolce.

Quando il cameriere si appalesò, gli puntò in faccia uno sguardo di sfida. “Non credevi che ce l’avrei fatta, vero?”

“Vedo che ha gradito! Ora possiamo passare alla frutta”.

Alle sue spalle comparve un altro carrello con una scultura di frutti di ogni tipo, frullati e macedonie in quantità tale da sfamare gli invitati a uno sposalizio.

“Mi aveva detto che i dolci erano l’ultima delle portate…mi state prendendo in giro per estorcermi denaro. Ma non la passerete liscia. Appena sarò uscito di qui andrò dritto al commissariato.

Sul volto dell’uomo si dipinse un sorriso sardonico. “Allora, se non vuole la frutta, considerato anche il tempo impiegato per la composizione, per sbucciarla e scolpirla a regola d’arte, possiamo farle uno sconto e sarebbero 1510 euro in tutto!”.

“Sa che le dico? Che mangerò anche tutta la vostra dannata frutta. Andate all’inferno voi e la vostra filosofia aziendale”.

Fjodor aveva le lacrime agli occhi. Ogni boccone era divenuta una tortura e cominciava a sentirsi male. Non aveva mai mangiato così tanto in vita sua. Nonostante questo, il pensiero di pagare quel cibo a peso d’oro e dare soddisfazione a quei truffatori lo faceva andare avanti. Tra un rigurgito e un conato, arrivò all’ultimo piatto, ma il suo corpo protestò nell’unica maniera possibile per impedire all’orgoglio dell’uomo di andare avanti: stramazzando al suolo. Si ritrovò disteso sul pavimento, privo di sensi. Si riebbe poco dopo, ma attese qualche minuto, simulando di essere ancora svenuto, per evitare che i due camerieri lo rimettessero a sedere e gli portassero altro cibo. 

I due uomini gli si avvicinarono, ma nessuno di loro aveva intenzione di chiamare i soccorsi. Fjodor socchiuse gli occhi appena per seguire i loro movimenti e tese le orecchie. Dietro alle loro spalle, con raccapriccio, scorse un carrello pieno di amari, liquori e caffè. Trattenne un conato per non svelare la sua condizione vigile. 

“Allora, Astaroth, chi ha vinto la scommessa?”.

“Io, naturalmente, Abaddon, pur di non pagare il conto esorbitante, ha ingurgitato cibo in grado di sfamare almeno venti persone. Quindi direi che l’anima di questo ingordo sia destinata al Girone dei Golosi, che io sovrintendo”.

“Ma cosa stai dicendo? Proprio perché non voleva pagare il conto ha mangiato fino a stare male! Se non è avarizia questa! Quindi, la sua anima è mia e la porterò nel Girone degli Avari!”.

“Eh, no, caro mio! L’anima di Fjodor Lancellotti è mia e sarà aggiunta ai Golosi!”.

“E invece la prova a cui è stato sottoposto ha dimostrato che questo tizio è più avaro che ingordo! La sua anima è mia, ti dico!”.

I due cominciarono a lanciarsi insulti, poi vennero alle mani. Si accapigliavano così forte che, a un tratto, in quel finto dormiveglia, Fjodor vide distintamente spuntare una coda dai pantaloni di uno dei litiganti. Tutto gli fu chiaro. Ripercorse in un attimo tutta la sua vita. Un’esistenza arida, priva di affetti e di amicizie, che egli tentava di compensare con il cibo, una vita priva della gioia di donare piccoli piaceri sia a sé stesso sia a coloro che avevano avuto la sfortuna di avere a che fare con lui. A partire dai suoi dipendenti, a cui non aveva mai elargito una gratifica, concesso ferie in più, o semplicemente rivolto un complimento, un elogio o un sorriso. Come per i due diavoli che si contendevano la sua anima a suon di insulti e ceffoni, anche per Fjodor fu difficile stabilire se, nella sua vita, fosse stato più ingordo di cibo o avaro di soldi e sentimenti. 

Si spaventò a tal punto che, d’un tratto, decise di cambiare vita. Avrebbe pagato ai diavoli la cifra di tutto il cibo che non era riuscito a mangiare, pur di scappare da quel ristorante infernale. Sarebbe uscito di lì in fretta, avrebbe risarcito dipendenti e famigliari di tutto quello che non aveva donato loro in tanti anni di vita e soprattutto… si sarebbe messo a dieta. 

  Manuela Fiorini

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La Scrittura Cura – L’Avventura Mancata

Una trasferta di lavoro, un manager galante, un incontro intrigante… Ecco un nuovo racconto della nostra socia Daniela Ori, per la rassegna LA SCRITTURA CURA.

L’AVVENTURA MANCATA*

di Daniela Ori

Franco è sempre stato galante con le donne. Ce ne fossero di uomini come lui, uno di quelli che ti fa passare davanti in ascensore e che ti apre la porta dell’ufficio e ti precede per aprirti la portiera dell’auto. Ce ne fossero di uomini così, in questo mondo di “fenomeni” sempre più gonfiati di muscoli e arroganza e sempre meno veri e gentili.

Sì, le donne hanno sempre attratto molto Franco. Anche ora, quasi al termine di una brillante carriera di manager di un’azienda farmaceutica, lui che si sporge sul davanzale della sua vita e la passa in rassegna, come un film a tinte forti, perché Franco ha sempre vissuto tutto, con entusiasmo e passione. Soprattutto con passione. 

Il telefono squilla continuamente mentre stamattina il dirigente viaggia verso il capoluogo di provincia per un importante incontro di lavoro; con lui Chiara, la sua diretta collaboratrice addetta alle pubbliche relazioni e i due chimici, Marco e Paolo, i suoi assistenti più stretti, responsabili della qualità dei prodotti che l’azienda produce. 

Franco si destreggia abilmente tra telefonate di lavoro e quelle dei suoi due figli. Lo chiama il “grande”, nato dal primo matrimonio, per avvertirlo che l’aereo da Barcellona, dove si trova per uno stage di studio, non potrà partire, a causa del maltempo. Rientrerà in Italia l’indomani, con il treno. Franco chiede a Chiara, nel viaggio seduta di fianco a lui, di comporgli il numero di telefono della madre del ragazzo. Al telefono Franco è gentile con la prima moglie, nessun rancore nei toni, la saluta così “Ciao bella!” e poi, rivolto ai colleghi in auto con lui, a voce alta ricorda con nostalgia di come la ex moglie abbia sempre indossato con eleganza gli occhiali scuri, per proteggere dalla luce i suoi bellissimi e delicati occhi azzurri. 

Il telefono squilla ancora, questa volta è la figlia, nata dalla seconda relazione di Franco, con una donna molto più giovane di lui, brillante nel lavoro ma fragile emotivamente. La ragazzina, alle scuole medie, lamenta al padre la sua odierna difficoltà con i compiti di Inglese e gli chiede quando rientrerà a casa. Franco la rassicura, le correggerà i compiti stasera, prima di cena, e poi, rivolto in particolare a Marco e Paolo, commenta la difficoltà di crescere, da solo, una figlia ancora bisognosa della mamma, quella mamma che non è più, stroncata cinque anni fa da un fatale incidente stradale. L’attuale compagna, d’altra parte, pur molto comprensiva, non è la madre di sua figlia e ha un figlio lei stessa da accudire, nato da un precedente matrimonio finito.

Ma Franco sorride. Non perde mai l’ironia e l’umorismo, che lo aiutano ad affrontare tutto nella vita, anche le avversità.

L’incontro di lavoro ha successo e Franco, con i due assistenti e l’insostituibile collaboratrice Chiara, s’avvia verso il parcheggio, per recuperare l’auto posteggiata al mattino, pronto a ripartire per rientrare in ufficio. Si è alzata un po’ la temperatura a riscaldare questa precoce giornata autunnale e finalmente fa ancora caldo, a quest’ora del primo pomeriggio. Franco arresta l’auto all’uscita del parcheggio custodito, per corrispondere il prezzo della custodia. Ma ecco qualcosa che brilla attira la sua attenzione. È la folta e lunga capigliatura bionda della donna che presta servizio all’uscita del parcheggio. La donna è distratta e non si è accorta che un’auto sta uscendo dall’area custodita e si è fermata per il pagamento. Ha le mani sulla testa, il viso abbassato, nascosto dai tanti capelli e, a voce alta, esprime dolore. 

“Chiedo scusa, se ho fatto attendere, ma ho una fortissima emicrania!” – lamenta la donna e in quel momento scosta i capelli dalla fronte e rivolge lo sguardo a Franco. L’uomo rimane incantato da due magnetici occhi neri, su un viso dalla pelle di luna, un viso dolce, incorniciato da folti capelli biondi, lisci, lunghissimi. 

“Se ha mal di testa, scendo dall’auto e cerco subito una farmacia, le vado a prendere qualcosa, vuole?” – risponde gentilissimo Franco, appalesando preoccupazione mista ad interesse. 

“Forse ho un calo di zuccheri, sarà che non mangio da ieri sera” – continua la donna, lusingata dall’interessamento.

“Le vado a prendere un gelato, un panino, mi dica quello che desidera” – insiste piacevolmente Franco. 

La donna rifiuta gentilmente e si giustifica: “Sa, vengo dal Marocco, sono mussulmana e sto osservando il Ramadam, fino a questa sera non posso toccare cibo”. 

Franco la guarda meglio e le rivolge subito il suo complimento migliore: “Viene dal Marocco, sì, in effetti mi ero accorto della sua pelle ambrata, straordinariamente ravvivata da interminabili ciocche d’oro”. Un sospiro trattenuto e poi Franco le rivolge solo una domanda: “Qual è il suo nome?”. Soave come una melodia africana, la donna risponde “Rachida” che, nella nostra pronuncia, suona così: “Rascida”, con l’accento che si adagia languidamente sul quella “i”.

E nel saluto alla sensuale Rachida, Franco trasporta la mente verso frammenti di altre storie lontane, perdute nel tempo, ma vive e tangibili nei ricordi. Poi, lasciata da parte l’immaginazione, si rivolge ai colleghi, in auto con lui e sospira a voce alta: “Ah ragazzi, se fosse stato qualche tempo fa, vi avrei portati tutti quanti alla stazione a prendere il treno per rientrare a casa e io me ne sarei tornato qua, al parcheggio, con un gelato e un mazzo di fiori. Ne sarebbe nata una storia, che sarebbe durata…almeno tre mesi”. 

Chiara sorride e, per consolarlo, gli porge un bicchiere di whisky, dal bar interno dell’auto, mentre Marco e Paolo fantasticano sull’avventura mancata del capo.

Daniela Ori

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*Ogni riferimento a persone o a situazioni reali è puramente casuale.

La Scrittura Cura – Sguardo sul Cortile

Per la rassegna LA SCRITTURA CURA, pubblichiamo oggi un racconto della nostra socia Elisabetta Ronchetti, che evidenzia con ironia le tematiche di buona convivenza tra vicine di case. 

SGUARDO SUL CORTILE

di Elisabetta Ronchetti

Mi sono stancata di affacciarmi alla finestra della camera e vedere tutto il grigio del cemento. Almeno, quando ero nell’altra casa, affacciandomi vedevo una fila di pini. E sotto ai pini, c’erano cespugli di bosso. E dietro ai pini, una lunga siepe di alloro.

Va bene, il cortile in quella casa non era un granché anzi, era il cortile di una delle case più umili del paese, ma il verde c’era.

Qui, invece, solo cemento.

Questo cortile è chiuso sui quattro lati da mura. Su due lati opposti tra loro, le mura sono di abitazioni, un altro lato del cortile è chiuso dal muro di una cantina, il lato a esso opposto è chiuso da un alto muro di cinta che confina con un cortile adiacente.

La pavimentazione è tutta di cemento grigio e sul fatto di vederne, di grigio, guardando fuori dalla finestra, non ci si può sbagliare. 

Una minuscola striscia di terra di appena cinquanta, sessanta centimetri di larghezza e di un metro e mezzo circa di lunghezza, è stata salvata dal cemento e lasciata libera alla base dell’alto muro di cinta, ma perimetrata da uno spesso bordo di grigio cemento.

Entrando in questo cortile, due pilastri di cemento reggono un ampliamento realizzato al primo piano negli anni ’70.

A piano terra, alcune finestre chiuse che danno sul cortile ricordano che negli anni ’40 lì c’era stato uno studio dentistico. Una volta chiuso lo studio, negli anni ’50, quei vani interni non sono mai più stati utilizzati.

Tutto quel cemento sulla pavimentazione è stato gettato dopo la fine della crisi del petrolio degli anni ’70, a chiusura di cisterne interrate per la riserva di cherosene, che era servito, nei tempi dell’austerity, per il riscaldamento degli appartamenti che si affacciano sul cortile.

Vedo questo cortile da diversi anni ormai ed è sempre lo stesso.

Sono stanca di tanto grigio e mi decido a scendere per vedere com’è la terra: smottandola vedo che ce n’è fino a una giusta profondità da poter contenere delle piante.

Mi viene in mente come ogni anno, alla vigilia della primavera a Parma c’è il solito appuntamento “Parmainfiore”, con vivaisti che vengono da varie parti d’Italia.

Lo spettacolo di fiori e colori durante questa manifestazione è notevole e ne approfitto per andarci e rifarmi gli occhi, poi finisco per acquistare una cassetta di comunissime petunie, quei fiorellini dalle tinte forti che danno la certezza di crescere rigogliosi in poco spazio e con poche cure.

Torno a casa e appoggio la cassetta di petunie davanti alla striscia di terra in cortile, in modo da essere comoda una volta presa la decisione di cominciare a interrarli.

Vado in cerca di una paletta, di un annaffiatoio e di quei piccoli attrezzi da giardiniere che servono e mi accingo a scavare per far posto alle radici delle piantine.

Si affaccia la signora del primo piano con un tempismo sorprendente e comincia a dire con un tono simile a una gracchiata: “Cosa stai facendo?”.

Mi è chiaro che con una paletta in mano, inginocchiata davanti a una aiuola, con delle piantine in mano, mi sta semplicemente provocando, perché l’evidenza lascia poco spazio alla fantasia.

Tuttavia cerco di assecondarla per gentilezza: “Metto dei fiori” – le rispondo.

“Ma lo sai che proprio oggi li stavo andando a comprare? Glieli devo mettere io. Dopo come facciamo? Glieli mettiamo in due? Non ha senso, non credi?”.

Quel “proprio oggi” in anni in cui non ho mai visto dei fiori in quel cortile, è così poco credibile da rasentare il comico, ma mi trattengo dal palesare qualsiasi espressione intuendo, date le premesse, una certa difficoltà di interpretazione della mia interlocutrice. Tra l’altro, mi faccio la domanda su cosa abbia più senso interrare: se i miei fiori nella cassetta lì davanti o i suoi non ancora acquistati ed evidentemente pensati in quel momento solo alla vista dei miei, ci scommetto. Constato, per semplice buon senso, come la risposta venga da sé. Ma il fatto che questa risposta ovvia evidentemente giunga solo a me, sa di momento fantasy-horror che sta per compiersi.

Il mio senno mi suggerisce di evitare di entrare in una trama dell’assurdo perché o si gioca ad armi pari o quella delle due più priva del senso dell’orrido e più ancorata al dato di realtà e verità potrebbe avere la peggio, quindi me ne guardo bene dal voler disputare una querelle del genere sperando di riuscire a raggiungere un accordo.

Trovo che i miei fiori stiano molto meglio sui miei davanzali e ne riempio diversi vasi: due per davanzale.

Poi guardo ancora una volta il cortile dalla finestra e mi accorgo che è ancora grigio senza alcuna variazione, nonostante l’annunciata novità. 

Guardo allora i miei davanzali pieni di colori e me ne riempio gli occhi. 

  Elisabetta Ronchetti

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La Scrittura Cura – La Casa dei Segni

In questo momento storico, dovuto alla quarantena per l’emergenza Covid-19, la lettura di libri accompagna le nostre giornate e ci aiuta a superare la paura. Noi scrittori dell’Associazione I Semi Neri, da sempre impegnati a cercare di fare cultura attraverso la scrittura, desideriamo augurare a chi ci segue di leggere sempre, perché anche in tempi difficili la lettura cura l’anima. Con brevi video e raccontini I Semi Neri inaugurano la rassegna on line LA SCRITTURA CURA.

Oggi, Gabriele Sorrentino ci parla del Novellario edito da Elis Colombini

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