Mese: Aprile 2020 Pagina 1 di 2

La Scrittura Cura – Ferragosto 1997

Fa venire voglia di mangiare un gelato, in un pomeriggio di spensierata leggerezza, il racconto del nostro socio Marco Panini per la rassegna LA SCRITTURA CURA. 

FERRAGOSTO 1997

di Marco Panini

Prima la data, poi l’ora, poi la temperatura e di nuovo la data, l’ora, la temperatura di un istante già fuggito, come i colori che si spargono nell’aria delle cifre ora magenta, ora ciano, ora rosso, poi verde, giallo, viola… Di fianco, un altro display che annuncia entusiasta zabaione, nocciola, panna, stracciatella, crema, cioccolata… 

Seduto al tavolino di una gelateria, se chiudo gli occhi ritorno in riva al fiume fra le risate di mia moglie e di una coppia di amici, risuonate per tutto il giorno sotto l’orrido di un ponte spezzato da un terremoto, se li tengo aperti mi faccio ipnotizzare dai due display appesi sopra la vetrina, che screziano l’aria di intermittenze pastose magenta, blu, verde, giallo, ciano, viola, rosso, turchino… Tutt’intorno ciangottano famiglie con gelato, che la gelateria aspira e rigurgita con flusso incessante dal e sul marciapiede piastrellato di stelle gialle su cielo azzurro. 

Ho bevuto due bicchieri di granatina gialla! 

Alle mie spalle, oltre la barriera di pini nani che delimita l’area dei tavolini, una strada chiusa al traffico pullula di gente a bagnomaria nell’afa pesante di un’estate ormai finita. Nel piazzale di fianco langue una giostra ferma e spenta, occhieggiata invano da una masnada di bambini delusi.   

Mi sento un mucchio d’ossa solitario, portato qui dal caso, che diviene nel vuoto dell’odierno spazio-tempo e collassa in infiniti universi paralleli. Dopo l’allegra giornata in riva al fiume, una paura indefinita si svela negli occhi smarriti della mia anima. 

Quindi, tieni gli occhi chiusi

Ma la danza imperturbabile dei display che si alternano in tutti i colori – ora ciano, ora rosa ora turchino ora magenta… ˗ li tiene aperti. 

Di colpo un frenetico scampanellio e un avvampare di luci scompagina l’aria ferma della sera! La giostra si lancia al galoppo coi suoi cavalli bianchi e porta la masnada dei bimbi nel loro primo viaggio intorno al mondo. Gli specchi e le lampadine colorate lampeggiano in un vortice e rendono l’aria ancora più cangiante. 

Come lo è la vita assurda e sorprendente.

Ruotando come un satellite intorno al sole morente, la giostra si carica di quei sogni infantili e forse prima o poiascenderà al cielo come una luccicante mongolfiera e in lento volo orizzontale si dirigerà verso il mondo fatato che balugina lassù, fra le montagne già confuse nella sera. Nella piazza resteranno solo i sorrisi bloccati di noi adulti, le nostre liete pantomime, sguardi accesi e arrendevoli assensi, vanaglorie, trepide e inutili speranze… 

Cos’è che sostiene la mia anima pallida, al guinzaglio del mio polso come un sogno di Chagall?

Con un festoso boato, dalle bocche sonore di quel vortice al galoppo, sboccia una vecchia canzone: non si era più sentita da tempo, l’avevo scordata con cura, puntigliosamente, per non dover più misurare la differenza fra l’oggi e l’Eden perduto. 

L’assaporo con vigliaccheria e stupefatto chiudo gli occhi. In una penombra funerea vedo avanzare la lunga fila dei miei fantasmi, che si guardano intorno indifferenti, attratti solo dai sorrisi dei cavalieri, ma per poco ˗ fantasmi mai morti, che continuano a baluginare inutilmente, un vecchio gioco che non diverte più. Fra di loro c’è la donna della mia vita, quella mai nata, ma amata da sempre. È bellissima e attraversa l’aria cangiante con un ineffabile sorriso. L’amo ancora, ma solo perché sarà sempre un sogno. Il suo occhieggiarmi svela la mia vecchiaia. 

“Basta, fra di noi è finita” – le dico! 

La canzone, ebbra di ricordi, terrà in vita questo istante fino alla fine del mondo, che intanto ˗ riapro gli occhi ˗ continua a cambiare colore, e le famiglie con gelato calpestano le stelle del marciapiede azzurro, e l’ultima intermittenza è verde pisello, e baluginano le prime stelle.  

Una lieve nebbia grigio-perla attraversa l’aria liquida: viene dal passato? Ma non sto ricordando un bel niente, osservo stupito i miei calzoni celesti, poi verdi, poi ocra, poi magenta. 

La canzone invade la mia testa e come una madre amorosa guida l’automobile che viene giù dalla montagna, entra in paese e sbuca nella strada chiusa, un tempo aperta verso la pianura. La riconosco: è la mia prima cinquecento bianca!

Adesso sì che ricordo, adesso sì che sono tornato indietro nel tempo! 

Quella sera, più di trent’anni fa, attraversavo questo paese dopo un’altra giornata di festa lungo il fiume. Di fianco avevo la donna che invece mi è accanto da allora e sotto lo stesso firmamento risuonava nell’aria questa canzone, veniva dalla stessa giostra? Lei mi sorrideva come fa adesso che, uscita dalla gelateria, lecca e succia un gelato rosa, verde e giallo. 

«Ne vuoi?».

«No, grazie».

«Perché?».

«Ho appena bevuto due bicchieri di granita!».

La giostra si ferma e la canzone muore in un sorriso generale. No, non sono triste per quel ricordo, perché non sono i ricordi che uccidono la vita, anzi! La fanno ripartire ogni mattina, ricominciando da capo tutte le sue storie. 

Marco Panini

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Immagine: La giostra (Foto M.Panini)

La Scrittura Cura – Abuso di ricordi

Per la rassegna LA SCRITTURA CURA, pubblichiamo una commovente lirica del socio poeta FABIO CLERICI, pubblicata nel suo libro “Ogni abuso sarà punito” (TraccePerLaMeta, Milano 2019).

ABUSO DI RICORDI

di Fabio Clerici

Ricordo nel percorrere

il sentiero del declino

foto sparse 

dalla cronologia illogica,

fra casuali sequenze temporali,

si anima il profumo di mia madre,

ciò che più intimamente

mi appartiene,

sorrisi giovanili 

di esultanti momenti fuggiti

nella polvere del tempo,

il vissuto mi prende la mano

nel pianto di giorni persi,

padre ancor in braccio mi cullavi,

amici di sempre in abbracci indissolubili,

visi trapassati, tempi ormai segnati

da un vento che spazza le ore

e scandisce il fiume lento

che inesorabile muore al mare.

Abuso di ricordi, 

quello a voi mi avvicina,

nel consapevole gioco

senza tempi supplementari.

 Fabio Clerici

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Poesia pubblicata nel libro “Ogni abuso sarà punito” TraccePerLaMeta, Milano 2019

La Scrittura Cura – Anziani

Per la Rassegna LA SCRITTURA CURA, ecco una toccante Poesia della socia Daniela Ori. 

Anziani

Gli anziani lo sanno
Nel traguardo della vita
Vedono meglio di noi
Il sole che tramonta oltre la torre
Escono in gruppo da sempre
Incuranti di tutto, anche ora
Loro lo sanno, meglio di noi
Che fingiamo di essere immortali
Ma loro ti guardano negli occhi
E forse accettano la sfida
Come cavalieri di un torneo
Nella piazza di una vita
Gli anziani lo sentono vicino
Il viaggio verso l’abbraccio a Dio

Daniela Ori

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Immagine: Acquerello di Gianni Cavani

La Scrittura Cura – Fino a che morte non vi separi

Una storia senza tempo, per un amore che non vuole morire. Continua la serie dei racconti per la rassegna LA SCRITTURA CURA con il contributo del socio Gabriele Sorrentino.

FINO A CHE MORTE NON VI SEPARI  

di Gabriele Sorrentino

Presto avrebbe rivisto Chiara. E non si sarebbero lasciati mai più. 

Max allungò il passo. I portici del centro storico erano dominati dalla sinuosa mole della torre campanaria. Ignorò il freddo della mattina di novembre, pensando al dolce viso di Chiara, paffuto e gioviale, dominato da profondi occhi azzurri, così chiari da sembrare trasparenti. Chiara era bellissima. A Max aveva sempre ricordato la scultura di Bernini “Il ratto di Proserpina” esposta alla Galleria Borghese di Roma. L’aveva vista in gita scolastica, molti anni prima, ed era rimasto rapito dalle potenti mani di Ade che affondavano nei carnosi fianchi della ninfa. 

Chiara era così, plastica e morbida. Era entrata nella sua vita come un raggio di sole, scacciando le nebbie di un’esistenza priva di scopo. Non era stata la prima, ma sarebbe stata l’ultima. 

Un tempo c’era stata Ottavia, prosperosa e allegra. Gli aveva insegnato tutto dell’amore, poi lo aveva lasciato ed era andata via, fuggita con un maestro di saxofono. 

“Lui è un vero uomo, tu sei solo un bambino” – così gli aveva confessato. 

Era stata dura dimenticare Ottavia, ma ci era riuscito. Ma in fondo pensava a lei sempre con affetto.

Alcuni anni dopo era apparsa sul suo cammino Alice, minuta e pallida. Nonostante volesse fare l’amore con lui col sottofondo della musica dei Black Sabbath e avesse il corpo coperto di tatuaggi, quella ragazza era una fragile sognatrice. Lui l’aveva protetta come si fa con un cucciolo per quasi due anni. 

Poi anche Alice lo aveva lasciato. 

“Mi stai sempre addosso!” – gli aveva detto, dopo averlo chiamato alle più impensate ore del giorno e della notte, per risolverle i più insignificanti problemi. 

Che ingrata. Lei non lo meritava il suo amore. Dimenticare Alice era stato molto più facile. 

Semplice era stato ricoprire di terra grassa il suo cadavere sfigurato. 

Prima di chiudere completamente la fossa, nel giardino della casa di campagna, dove viveva solo, aveva rivolto un affettuoso saluto anche a Ottavia, che giaceva lì, qualche metro più sotto. 

Ma ora c’era Chiara.

Sì, con Chiara tutto sarebbe andato diversamente. Non avrebbe permesso al tempo di vincere. Avrebbe impedito alla routine di offuscare la magia della scoperta reciproca, trasformando ogni piccolo neo in un difetto inaccettabile che, come una montagna di rifiuti, seppelliva l’amore. 

In poche parole, avrebbe impedito al loro sentimento di invecchiare, lo avrebbe reso eterno.

Max aveva preso questa decisione subito, non appena si era reso conto di amare Chiara, di adorare il suo sorriso luminoso, di perdersi nei pozzi cristallini in fondo ai suoi occhi. 

Il tarlo della paura aveva lavorato silenzioso per mesi nella sua mente, fino a quando non si era deciso ad agire. 

L’auto si fermò e Max scese. Intorno a lui il paesaggio era ovattato dalla foschia. Percorse il vialetto che conduceva alla casa bianca circondata dal giardino e aprì allegramente il portone. 

“Amore, sono a casa! Ho preso le caldarroste che ti piacciono tanto. E anche il castagnaccio” – esclamò con giovialità, aprendo la porta. 

Emozionato, salì la scala che conduceva al piano di sopra. La casa era fredda, nonostante i termosifoni fossero accesi alla massima potenza. 

Chiara lo attendeva nel grande letto matrimoniale che era stato dei genitori di Max. Indossava un abito con le maniche a sbuffo che la faceva sembrare un’adolescente. Sorrideva, mostrando denti bianchissimi. Solo gli occhi, sbarrati e vitrei, tradivano la trasformazione che era avvenuta in lei.

“Scusa il ritardo, per trovare un forno aperto ho girato per tutta la città” – disse Max baciandola sulla fronte. Colse un guizzo negli occhi spenti di lei. Chiara era calda. Ci sono riuscito. 

“Vuoi sapere come è successo, amore?” – le domandò, estraendo da un cassetto una lettera sgualcita. Era un’antica eredità di famiglia. 

“Non potevo permettere che anche tu andassi via come tutte le altre. Non avrei mai potuto dimenticarti, come ho fatto con le altre. Così ho cercato negli archivi di famiglia. I miei avi erano alchimisti ed esoteristi. Una mia antica prozia era stata amante di Raimondo di Sangro, Principe di San Severo, un grande alchimista ed esoterista, vissuto tra il 1710 e il 1771. Era stato lui a raccontare un antico rito celtico alla mia antenata. Ricordi lo specchio che ti ho regalato per il tuo compleanno?”. 

Max prese allora dal comodino un piccolo specchio dall’intelaiatura in bronzo, inciso con diversi simboli. 

“Ti chiesi di specchiarti la notte di Ognissanti, perché era un’antica tradizione della mia famiglia. Tu lo hai fatto, ieri notte. Lo so che fai sempre ciò che ti dico, mia cara, per questo ti adoro”. 

Si sedette al fianco di lei. Il suo corpo ebbe un sussulto ma restò immobile. Le prese la mano, calda e fragile. 

“Ebbene. Mentre tu ti specchiavi, io recitato un’antica preghiera al Dio Teutanes, custode dell’Oltretomba. Mentre dormivi, ho asperso il tuo volto con una rugiada che avevo personalmente raccolto le mattine precedenti. Ieri notte tu hai compiuto il rito. Ti sei addormentata e la tua anima è passata attraverso lo specchio. Spero tu non abbia sofferto troppo, potresti aver sentito freddo o male al capo. Ma ora starai bene”. 

La guardò con adorazione. Era molto bella. Ora lui l’avrebbe protetta per sempre. 

“Mia cara, come sai, Ognissanti è Samhain, la festa celtica durante la quale il grande scudo di Scathach viene abbassato, eliminando le barriere fra i mondi. Grazie alla rugiada, la tua anima ha trovato la strada verso un luogo meraviglioso, ove mai potrà invecchiare e corrompersi. Resterà pura e sarà sempre felice. Io accudirò il tuo corpo. Lo nutrirò, lo amerò, lo detergerò. La sera guarderò nello specchio per dare la buonanotte alla tua anima. Non ci lasceremo mai”.

Max scrutò lo specchio. Per un attimo non vide nulla, tranne la sua immagine. Poi notò un bosco attraversato da ombre profonde. Una figura impaurita si aggirava nel sentiero, chiamando aiuto. La sua voce giungeva lontana. 

Era Chiara. 

Dove ho sbagliato? Max osservò incredulo il luogo dove aveva spedito la donna che amava. Poi l’immagine scomparve e di nuovo rimase solo il suo riflesso nello specchio. La mano di Chiara si fece gelida. Una lacrima si materializzò sul bel viso di lei. 

Gabriele Sorrentino

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Immagine: Casa nel verde (Foto D.Ori, 2019)

La Scrittura Cura – If there is a horizontal line

Una canzone ispira un racconto che ci trasporta, come per magia, in Cornovaglia. Per la rassegna LA SCRITTURA CURA, ecco il contributo del socio Daniele Biagioni. 

IF THERE IS A HORIZONTAL LINE (SE C’E’ UNA LINEA ORIZZONTALE)

di Daniele Biagioni

La luce di maggio inondava i campi con dolcezza. Il telefono non suonava da giorni. Le ore passavano così lentamente e in modo così anonimo, da rendere l’orologio completamente inutile. Dal momento in cui si era trasferito, la città, con il suo clamore distraente, era divenuta immediatamente un ricordo. Come se qualche centinaio di chilometri avesse il potere di cancellare la recente realtà degli anni trascorsi in una Londra assordante. In un virtuale duello fra lo spazio e il tempo, il primo pareva avere avuto la meglio. Se ne accorgeva soprattutto nel tardo pomeriggio, quando usciva in veranda a bere il suo tè. E osservava. Gli occhi si muovevano dalla scura tazza fumante allo splendore del campo di orzo verde pallido sempre mosso dal vento. La coltivazione arrivava a ridosso della casa e della quercia, possente gigante solitario, che sembrava appoggiarsi alle mura. Il suo tronco ricurvo pareva quasi fuggire dal campo, come temendolo. Un tempo quell’albero maestoso non era stato solo. Un tempo davanti a quella casa si estendeva uno dei più grandi boschi della Cornovaglia. Lo aveva sentito dire dal Pastore di Summercourt. Pareva incredibile anche solo immaginarlo, eppure era così. 

Quel pomeriggio suonò il telefono. Rispose: era lei. “Sì, va tutto bene. Sì, il libro procede bene. Ciao”. Non era vero. Non andava bene nulla e non scriveva una sola parola da giorni. A sé stesso non riusciva sempre a mentire. Eppure quello era un luogo stupendo. Non poteva negarlo. La sera, passeggiando intorno a casa, poteva scorgere le luci delle colline vicine e lontane. E poi sì, certe mattine sentiva l’odore dell’oceano che non era poi così lontano. La siepe di erica multicolore stava sfiorendo, ma era comunque davvero incantevole. Ma tutto ciò non bastava. Ogni cosa sembrava impregnata da un effimero senso di pace. Voluta ma non trovata. 

Poi venne quella sera. Il primo grande temporale che si poteva definire estivo. Tuoni, fulmini e quant’altro. Non si ricordava di avere mai sentito tanta acqua scendere dal cielo. La casa sembrava non potere reggere tutta quella violenza. Improvvisamente, il rumore della pioggia fu interrotto dal clacson di un’automobile. Si affacciò alla finestra: una donna stava dritta in piedi accanto a un’auto enorme. Fissava la casa immobile e seria. L’acqua le scorreva sul corpo. I capelli, lunghi e castani le aderivano al vestito e al corpo stesso. Uscì in fretta e le domandò di cosa avesse bisogno: non rispose in modo sensato, ma iniziò a piangere e a sussurrare frasi con una pronuncia quasi del tutto incomprensibile. Allora la accompagnò in casa: la pregò di sedersi e le diede un telo per asciugarsi; ma lei non si asciugò, né si sedette. Lui smise di fare domande e la osservò girovagare intorno al tavolo con gli occhi spaventati come quelli di un animale in gabbia. La bellezza del suo viso era sconcertante e quasi gli toglieva il fiato. E allo stesso tempo la tristezza che da esso traspariva colpiva il suo cuore con impietosa crudeltà. Poi il continuo sussurro che lei emetteva divenne un sottile canto e fu comprensibile….   “Do you think just like you can divide this, you as yours me as mine..before we were us? If the rain has to separate from itself does it say, pick up your cloud..“. Parole cadute dal cielo in mezzo alle gocce di pioggia. Anche ora che le scriveva sul foglio sembravano bagnate. D’un tratto la sua voce si fece tremolante. Pensò avesse freddo e corse in camera a prenderle una coperta. Ma al suo ritorno lei non c’era più: in pochi secondi era sparita. Stavolta lo spazio era stato nettamente battuto dal tempo. Neppure la sua automobile era più davanti a casa. E la pioggia se ne andò con lei, in un baleno, pochi minuti dopo. Cercò di sapere qualcosa di lei nei giorni successivi, ma fu inutile. Lei fu come un’apparizione: uno di quei personaggi che compaiono senza preavviso in un racconto e scompaiono senza dare al protagonista la possibilità di chiedersi il perché. Eppure quell’insistente “perché” che gli rimbombava nella testa era così difficile da soffocare. Non ne parlò con nessuno, neppure a lei quando, giorni dopo, si degnò di chiamarlo. Che bisogno c’era di parlare di qualcosa che nemmeno lui aveva capito? E presto ricominciò la routine. Il nulla che da sempre esisteva nel suo cuore sembrava avere trovato la sua dimora ideale a Summercourt. 

Infine venne quel pomeriggio in veranda. Il cielo era limpido e i contorni delle poche nuvole bianche erano così precisi da parere essere disegnati col pennello. Le colline erano più piatte del solito e la quercia aveva il tronco ancora più storto. Si mise a pensare come doveva essere quella foresta di querce che un tempo ricopriva tutto lì intorno. Non sapeva perché quel pensiero fosse arrivato così all’improvviso. Tutto doveva essere diverso allora. Il gioco delle ombre e delle luci. Il vento caldo che ora lo colpiva dolcemente sul viso. Il cielo maculato. La linea dell’orizzonte che ora lui poteva vedere perdersi nell’infinito, grazie alla mancanza di qualsiasi ostacolo visivo più alto di una spiga di orzo.  Probabilmente fra gli alti fusti delle querce ombrose anche il suo umore sarebbe stato diverso. Anche lui sarebbe inevitabilmente stato un’altra persona. Fu allora che capì. E non riuscì a trattenere le lacrime. “If there is a horizontal line that runs from the map off your body straight through the Land shooting up through my hearth…will this horizontal line know to find where you end and where I begin..? “. 

Le parti in Inglese sono tratte da “Your cloud”, un brano di Tori Amos, in Scarlet’s Walk, 2002.

Daniele Biagioni

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Immagine: Orizzonte inglese (Foto D.Ori, 2018)

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