Mese: Settembre 2014

Cocktail di Musical a Vecchia Lama

Il Ristorante Vecchia Lama di Lama Mocogno (Mo)

http://www.ristorantevecchialama.it/

via XXIV maggio 24 a Lama Mocogno (Mo)

in collaborazione con I SEMI NERI

www.semineri.it

Sabato 11 ottobre 2014 dalle ore 20,00

presenta

“Cocktail di Musical”

Una cena con intrattenimento musicale a cura del gruppo The Dynamos

Durante la cena verranno proposti Brani tratti dai Musical più noti e famosi che sono entrati ormai nella Storia della Musica, interpretati con brio e originalità da quattro insolite giovani artiste che cantano, ballano e recitano, per una serata di sicuro effetto!

Con: Maria Costa, Linda Camellini, Chiara Cocchi, Simona Alessandrini

Cena a Menu fisso di 25,00 euro all inclusive

Le prenotazioni, fino a esaurimento di posti, vanno effettuate contattando direttamente il Ristorante Vecchia Lama (tel.0536/44662) email: info@ristorantevecchialama.it

Le tre mogli di Francesco I d’Este

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Francesco I D’Este (Modena, 6 settembre 1610 – Santhià, 14 ottobre 1658) era il figlio maggiore di Alfonso III d’Este, Duca Modena e Reggio e di Isabella di Savoia. Successe al padre nei diritti sul ducato il 25 luglio 1629 e fu Duca di Modena e Reggio dal 1629 al 1658. E’ probabilmente il più luminoso principe di Modena Capitale, ritratto da Bernini e da Velasquez, iniziatore del Palazzo Ducale, della Palazzina Vigarani, del Palazzo Ducale di Sassuolo.

Francesco ebbe tre mogli: Maria Farnese (18 febbraio 1615 – 25 giugno 1646), Vittoria Farnese (29 aprile 1618 – 10 agosto 1649) e il 14 ottobre 1654 contrasse matrimonio con Lucrezia Barberini (24 ottobre 1630 – 24 agosto 1699). Ebbe dodici figli legittimi tra cui i futuri duchi Alfonso IV e Rinaldo.

Insomma la figura di Francesco I D’Este ha cambiato il volto a Modena e al Ducato. Questo duca, che dovette lottare contro la famosa peste manzoniana, si impegnò nella guerra dei Trent’anni e annetté Correggio. Di lui e delle sue tre consorti parlerà GABRIELE SORRENTINO venerdì 10 ottobre alle ore 19,00 presso il Circolo degli Artisti di via Castel Maraldo a Modena, nell’ambito di un ciclo di conferenze organizzato dal Cenacolo di Porta Saragozza (info: Carlo Previdi: tel. 338 7305297).

Programma

“Un liceo da suicidio” di Martino Sgobba

C’è sempre un po’ di nostalgia e di inquietudine quando si pensa agli anni del liceo. Nostalgia per l’età giovanile piena di sogni e speranze, inquietudine per il ricordo di tutte quelle ore impiegate nello studio intenso, per la fatica e per quel modo di apprendere rigido e intristito da schemi antichi e reiterati, con i docenti distaccati e spesso autoritari e freddi. Pensando a quel tempo ho deciso di leggere “Un liceo da suicidio” di Martino Sgobba. Mi è piaciuto. E’ un thriller di 160 pagine che si legge con curiosità, simpatico e accattivante, scritto in modo raffinato e colto, con bella attenzione alle descrizioni degli stati d’animo attraverso similitudini ed elaborazioni, con notevole attenzione al significato delle parole, che a volte sembrano danzare nella frase, o si rincorrono per farti nascondere un’idea o per fartela capire senza dire. L’autore è un colto professore, anzi un filosofo e lo si coglie tra le righe, uno scrittore che fa parte di quella generazione che parla e scrive in maniera accurata, attenta. E fa bene leggere testi così, fa ricordare quanto è bella la nostra lingua italiana e quanto è varia di espressioni anche ironiche, che evocano e descrivono emozioni mai in modo banale e superficiale.

La storia è quella tipica di un giallo con tutti i crismi. Ci sono morti, qualcuno che viene chiamato ad indagare, segue la serie delle indagini, l’elaborazione degli indizi e le congetture per la soluzione del caso.

Il protagonista è l’ispettore scolastico Francesco Vicenti che si sta preparando al pensionamento. Ma accade qualcosa che lo fa scendere in campo di nuovo. In un liceo classico della Brianza, il prestigioso Liceo Machiavelli di Cainate – luogo inventato che riassume tanti paesi simili di quella terra – nel giro di due giorni, vengono trovati morti tre professori. Si tratta della professoressa Serena Podestà, docente di italiano e latino, schiantata al suolo dopo un volo dal terzo piano. Il secondo è il professor Federico Latini, docente di Storia dell’Arte, morto nel bagno per uno sparo in testa. Il terzo è Pio Ravasi, docente di scienze, morto avvelenato. Si parla di triplice suicidio.

Vicenti non rifiuta l’ultimo incarico e le sue ispezioni si incrociano con le indagini del commissario Corrado Alesci. Tra interrogatori ed elaborazioni mentali, Vicenti conosce i personaggi che frequentano il liceo, innanzitutto la dirigente Amanda Serrato, poi tutto il corpo dei docenti e in particolare Tommaso Losavio, un alunno bocciato che non si è mai in realtà allontanato dalla scuola e grazie al quale l’ispettore conduce la sua ricerca in maniera curiosa e attenta, affezionandosi al ragazzo.

Un romanzo intrigante, un thriller che sembra svelare oltre la storia le disfunzioni e le anomalie di un sistema scolastico, dove non emerge come valore primario l’ideale del trasmettere la conoscenza dal docente al discente; al contrario, esso rivela competizioni, rivalità tra gli stessi docenti. E oltre tutte quelle modalità, oltre le corse per la carriera, c’è quel rapporto distaccato tra gli adulti e i giovani, in eterno conflitto e contrapposizione.

Il romanzo esplora la personalità dei personaggi, pagina dopo pagina e l’Autore si diverte a utilizzare tutto il suo talento e la sua creatività. La scrittura diventa il pennello che disegna il carattere, lo stato d’animo, le ansie, le aspettative, le preoccupazioni. C’è nel romanzo una sicura attenzione alla costruzione della frase, breve e incisiva, per creare armonia ed effetto. I capitoli sono brevi e si susseguono, giusto come pennellate che a poco a poco conducono a completare il dipinto. E qui sta il grande potere della scrittura, con i suoi pregi e i suoi difetti. Il pregio maggiore a mio avviso è costituito dalla capacità di catturare, se il racconto è efficace. E questo romanzo è scritto bene, per cui non annoia e fa venire voglia di arrivare alla fine. I difetti che possono derivare dalla scrittura sono tanti, uno di questi (se mai si può definire difetto) è il fatto che ciascuno di noi quando scrive, mette qualcosa di proprio e allora a volte i personaggi riflettono aspetti caratteriali e stati d’animo del vissuto dell’autore. E in ogni caso si descrivono meglio situazioni o emozioni che si sono personalmente vissute, o perlomeno apprese, insomma interiorizzate. L’artificio che riesce a creare la scrittura dunque è lo spettacolo vero, è l’illusione della realtà, così come lo spettacolo sul palcoscenico che rappresenta una storia, mentre gli attori non la stanno vivendo, ma la stanno solo interpretando. E così realtà e fantasia si confondono, come la congettura e la verità.

Il personaggio che spicca nel romanzo è l’ispettore Francesco Vicenti, un uomo in età che sulla scuola sta per calare il sipario. Questo Vicenti  è un uomo rigoroso, determinato, inflessibile, che non fa trapelare emozioni, forse poco simpatico a volte. Indizi, registri, scartoffie, volti cupi, reticenze, dietrologie, congetture, ipotesi … tutto gira tra le sue mani e la sua mente, come tasselli di un puzzle da comporre. Non pensa ad altro, a capo chino per cercare di risolvere il caso, o meglio di liberarsene prima possibile. E poi c’è lei, la dirigente della scuola, Amanda Serrato pensando alla quale, l’ispettore reputa che abbia “un nome improponibile per il cognome che porta”… Ma il mistero non è solo nel nome della preside, è anche dietro al prestigioso Liceo Machiavelli, se è vero che il termine prestigio che deriva dal latino “praestigia”, significa “illusione prodotta con destrezza di mano”. Sono le parole a dare il significato alle cose o a nasconderle. E nel romanzo c’è una attenta attenzione all’etimologia delle parole, il cui significato può rivelare o celare verità. O inventarle, come nell’accanimento a volere dare una spiegazione agli eventi, come per tacitare paure, o chiarire situazioni non comprese. E anche l’ironia conta. Forse per questo risulta simpatico il commissario Corrado Alesci, un uomo di bell’aspetto, con un eloquio poco burocratico nel quale inserisce “pause di interpunzione ….in lingua siciliana”. 

Ma il nostro Vicenti è incuriosito e attratto dalla preside, nei confronti della quale davanti agli altri si rivolge con formalità chiamandola “dottoressa”, mentre azzarda una segreta confidenza nel colloquio privato, chiamandola per nome e stupisce ogni volta davanti a quel gesto seducente di lei che con la mano si ravviva i capelli nerissimi e si compiace di sentirla arrivare dal rumore dei suoi tacchi. Comportamenti ambigui, simulazioni e dissimulazioni, emozioni segrete, celate.

E poi c’è lo studente bocciato, Tommaso Losavio, al quale tutti i professori hanno consigliato di lasciare perdere gli studi reputandolo inadatto. Ma lui continua a frequentare gli ambienti della scuola e legge per conto suo e il suo modo di esprimersi, se pure bizzarro, è corretto e forbito. Avrà dunque appreso qualcosa dai suoi insegnanti… Dopo tutto “anche il peggior docente corre il serio rischio di lasciare comunque qualche segno positivo”.  Ma chi è in realtà questo ragazzo che si aggira di notte nelle aule del liceo e sbircia nei registri dei professori? E come mai la dirigente Serrato lo tollera? O lo manipola? O è forse Tommaso a manipolare tutti?

E poi ci sono gli altri personaggi del libro, il prof. Sillari, il bibliotecario Sciacca, la bidella signora Silente, il prete … figure satelliti che gravitano intorno alla storia e che appaiono come personaggi minori, ma non meno significativi.

Nei viaggi avanti e indietro tra Milano, Monza, Cainate e gli altri paesi dove le indagini lo conducono, il treno diventa il luogo delle meditazioni dell’ispettore Vicenti, la sede dell’elaborazione dei pensieri, il luogo dei ricordi, dei crucci, dei ripensamenti. Alla fine le idee, come in un puzzle, troveranno un senso composto nel disegno della soluzione.

E i tre suicidi? Insegnanti duri, inflessibili, che indossano in classe la maschera del rigore per essere credibili nel ruolo che ricoprono. Professori. Ma poi, tolta quella maschera, chi sono, cosa fanno, cosa leggono? Quanto pesa quella maschera e fino a quando dura l’artificio?  E poi la rinuncia alla vita dei tre professori è stata compiuta per scelta personale, o per l’istigazione progettata da qualcuno?

Lo scoprirete leggendo questo interessante romanzo che fa riflettere e che consiglio.

Modena, 14/09/2014

Daniela Ori

Copyright©2014 Daniela Ori

 

Gallery: Quando a Modena c’erano i Romani a Mvtina Boica 2014

“Quando a Modena c’erano i Romani” di Gabriele Sorrentino (Edizioni Terra e Identità, Modena 2013)  a Mvtina Boica 2014
(Foto D.Ori, G.Sorrentino, E.Bianchini Braglia)

“La Setta dei giovani vecchi” di Luca Rachetta

 

La società si evolve e il linguaggio si stravolge. In quest’epoca di valori depauperati, anche la lingua italiana sta perdendo spessore e riduce l’uso di vocaboli dotti, quasi dimentica la varietà di sinonimi e termini, per abbracciare la banalità di frasi tutte uguali con parole sempre più comuni e consolidate. Per questo emoziona ritrovare uno scritto, dove emerge l’amore per la lingua e il rispetto per termini adeguatamente utilizzati, che rendono con efficacia stati d’animo ed emozioni e te li fanno rivivere, in modo incisivo e frizzante, senza mai scadere nella banalità. Sembra scontato, ma quando si parla si può anche tollerare l’appiattimento di frasi del discorso, ma quando si legge e si scrive, a mio avviso, la bellezza e la varietà della lingua italiana sono ancora valori da tutelare. Per cui mi piace il modo di scrivere di Luca Rachetta, dotto, ma allo stesso tempo semplice e arguto. Mi piace molto l’ironia con cui vengono affrontati stati d’animo di una fetta sociale, sempre più disillusa e quasi chiusa dentro a ideali che non realizzerà mai. L’ironia aiuta ad accettare anche la descrizione di situazioni, nelle quali leggo lacrime e rancore. E l’ironia aiuta anche a prendersi un po’ in giro e questa, per me, è la chiave per affrontare gli inciampi inevitabili e imprevedibili di questo nostro percorso chiamato vita. Nel romanzo “La setta dei giovani vecchi” di Luca Rachetta (Edizioni Creativa 2011, euro 11,00) si narra la storia di un gruppo di amici coetanei che non riesce a “sfondare” nella società dominata da attempati personaggi, tanto conservatori quanto detentori delle redini di giochi antichi e sempre uguali. Come percepire la “missione” di questo gruppo di amici che sembra quasi cospirare contro il comune sentire? In realtà ogni setta, come ci insegna la Storia, si mette in una sorta di contrapposizione con quello che è il modo di pensare e di agire dei più, in un certo contesto storico e sociale. Gli amici della setta vorrebbero “ribellarsi” e dichiarare un modo di agire “differente” da ciò che avviene concretamente. Una missione impossibile? Lo è quasi sempre, quando cerchi di discostarti dal modus operandi dei più. Eppure la setta, il gruppo, dona conforto, protegge e crea, nella condivisione della “mission”, una sorta di barriera che dovrebbe conferire forza e ispirazione per continuare. La società invecchia, i giochi di potere sono in mano ad antiche “cariatidi” riciclate e sempre rimescolate tra di loro, ad ogni livello, in ogni anfratto della vita e della Storia. Le mummie viventi creano ostacolo al ricambio. Questi giovani baldanzosi stanno invecchiando dentro ai loro ideali che non possono e non riescono a fare emergere. Quattro amici, con le loro storie, bizzarre, ma omogenee. Sono Luca, Francesco, Leonardo, una triade di cospiratori che ruota attorno al protagonista, Giovanni, forse il più idealista di tutti, forse il più debole. Ma ecco l’ultima cospirazione della triade contro un mondo che ha alzato il muro e non consente brecce di novità. Un’uscita di scena di grande effetto, ma quasi celata dal buio della rabbia materializzata e nera come la notte. Un piccolo gruppo che rinuncia, in un certo senso, a giocare, che vuole in questo modo vincere l’ipocrisia e la staticità, uscendo dagli impegni e facendo calare il sipario su uno spettacolo replicato in maniera sempre uguale. Ma è vera vittoria questa rinuncia al gioco? Ma è vera gloria l’abbandonare il campo di battaglia? E’ così impossibile indossare una nuova più potente armatura e scagliarsi, decisi, verso il nemico, ancora una volta? Il libro fa pensare. Non già alla rassegnazione, ma alla voglia di reagire. Perché questi giovani non possono diventare vecchi così, senza avere esperimentato da protagonisti la vita! La battaglia può essere persa, ma la guerra è ancora aperta. Lo sguardo del quarantenne Giovanni sulla vecchiaia, potrebbe anche mutare se la rassegnazione lasciasse spazio alla speranza. E le donne? In questo romanzo sono un po’ in disparte, dietro le quinte, quasi dipinte in controluce. C’è la storica fidanzata (quarantenne) che forse si è stancata di aspettare di convogliare a giuste nozze e in un certo senso cerca una sua forma di reazione alla noia di un “tran tran” di inutile attesa. C’è una nonna che sentenzia anatemi al nipote, accusandolo di non onorare i sacri precetti della religione. C’è la moglie del geometra assatanato dalla mania di perfezionismo, che soccombe alla follia di vivere secondo una utopistica perfezione numerica. C’è la madre piagnucolosa e soffocante del protagonista che aggrava, con la sua apprensione, i già datati danni causati al figlio per una mancata (reciproca) educazione ai sentimenti. E poi ci sono altre donne, che non emergono, ma sono là, sullo sfondo delle rispettive storie dei protagonisti, maschi. Da quanto ho percepito leggendo il romanzo, i giovani vecchi della setta non hanno un buon rapporto con il sesso femminile, forse hanno anche paura dell’amore, o forse sono talmente presi da se stessi e dall’idea di raggiungere quello che non riescono, che faticano ad abbandonarsi alla follia di un sentimento che forse potrebbe anche condurre su un sentiero davvero alternativo. Forse basterebbe anche solo voltarsi indietro e ripensare alla propria vita, abbandonare le rigidità e perdonare e perdonarsi un po’. Forse bisognerebbe abiurare all’idea di perfezione assoluta (il posto fisso, la carriera politica, la stabilità economica…i soliti canoni di un sentire comune) prima di procedere. Basterebbe un passo indietro, prima di proseguire nell’accanita voglia di raggiungere quello che non si riesce. E forse questa potrebbe essere una mossa alternativa e vincente.

Copyright© Daniela Ori

 

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