Mese: Gennaio 2014 Pagina 1 di 2

Il Terzo Tempio

L’ultimo libro di Gian Carlo Montanari dal titolo che riprende il primo di tre racconti lunghi, è una riflessione sui temi che affliggono questo momento storico. Tre racconti, tre affreschi del nostro mondo attuale. Un tempo in cui sembra emergere la faccia oscura del nostro essere. Ma i volti del Male possono essere dipinti in modi variegati. Montanari sceglie tre percorsi: tre storie che riportano tutte alla medesima follia.

Il terzo tempio

E’ questo un tempo strano, pieno di contraddizioni, eppure sembra che i segnali di uno stato d’animo generale e comune coincidano. Il bombardamento di informazioni di ogni genere, il mare di occasioni e di esperienze senza limiti confondono  la mente. Quando hai solo una strada e l’opposta per fare una scelta, il cerchio è ristretto, ma quando le vie diventano tante e varie, la mente è destabilizzata. E se le tante vie in fondo fossero solo una grande illusione? Se le tante occasioni in realtà fossero tante facce della medesima medaglia? Qual è la via giusta? Ecco il punto. Non esiste più il concetto di coerenza e giustizia, valori che sembrano appartenere al passato, come il concetto stesso di “valore”. E allora quando il quadro dell’esistenza perde luce e chiarezza, ecco le nebbie che sembrano far apparire una luce nuova, alternativa forse e per questo allettante, almeno all’apparenza. Si veste di un abito attraente, parla con proprietà di linguaggio e con fare accattivante, attira con uno sguardo intrigante e conquista con una dialettica raffinata. A pensarci bene, sono tutte tecniche che appartengono a qualcuno, o a un ideale del passato, forse un personaggio studiato sui libri, o incontrato a qualche comizio politico d’effetto. Ma non è così. Eppure usa le armi e le vesti e le strategie e gli sguardi migliori. Per apparire e affascinare. Siamo circondati da illusioni, ovunque ci trascinano dietro a vortici di mondi alternativi, fantastici, come a farci credere che possiamo ritrovare una felicità perduta mai avuta, solo sognata.  Libri, letture, sculture, scenografie, feste … tutto atteggia alla realtà alternativa…Un personaggio dallo strano nome Lucio Fer-Davolio  incuriosisce il giovane giornalista Stefano Arcangeli. Affronta e propone temi per una platea che ha perso le radici e ne vorrebbe ritrovare di nuove. Ma come si può indossare un paio di stivali eleganti se si hanno piedi caprini? Si inganna, si crea un artificio d’effetto. Un falso tacco, che nasconde lo zoccolo. E poi la scenografia deve essere curatissima, l’immagine è tutto. Magari ha pure un profilo facebook e cinquecentomila falsi amici che gli mettono i mipiace a profusione. Ma non si fa ingannare Stefano, così compatto nelle sue credenze che lo rendono diffidente. Ecco la vera formula per superare questo tempo d’abisso. Essere diffidenti, prudenti oserei dire. E prendere le distanze. Attirato dai suoi discorsi, Stefano si fa coinvolgere dal guru, ma ne coglie il disagio. Ma chi è in realtà Lucio Fer Davolio? Stefano lo seguirà fino a scoprire qualcosa che si nasconde dietro l’illusione di una presenza. …

La condizione del vescovo

Il secondo racconto esplora lo stesso tema, ma in un modo differente. Giordano P. era “il ragazzo che voleva scalare le montagne con le scarpette da ginnastica”. Da grande è un professore, ma vuole fare lo scrittore. Tutti i suoi scritti sono chiusi in un cassetto, in attesa di essere aperto. Un uomo che coltiva la dote della pazienza in nome di una morale che infonde la sua stessa esistenza e gli fa reprimere ogni caduta verso possibili strade più accelerate per raggiungere i suoi sogni. Una vita di lenta apprensione e di rinunce in nome di un obiettivo di esaltazione del proprio talento conquistato con la legittima aspettativa di essere riconosciuto degno di fama e possessore di reale capacità. Un successo raggiunto con i soli suoi mezzi, senza ricorrere a espedienti e a compromessi. E così il secondo racconto mostra come il protagonista Giordano, modesto insegnante di religione, con un paio di figli e una moglie a carico che lo vorrebbe più aggressivo forse e più rampante, riesce alla fine ad aprire quel cassetto, nel quale è celato il suo sogno antico e riesce a far decollare il suo talento. Come ci riesce? Segue una strada e accetta quella condizione che in fondo gli ha imposto il suo vescovo, l’unica persona alla quale si è rivolto per un aiuto che in fondo è un giudizio più che un consiglio. Ma la condizione posta dal vescovo è pesantissima e richiede una forte riflessione e un serio mutamento delle proprie aspirazioni. Ma Giordano guarda in faccia questa “condizione” dapprima vista con sospetto, l’accetta e la fa sua. E alla fine realizza qualcosa di inaspettato….

Il guado impossibile

Nell’ultimo racconto della triade, il protagonista è Raimondo Cacace, meridionale trapiantato al Nord, orgoglio della sua numerosa famiglia, bello, ardito, portato per la politica e la dialettica, ribelle, alternativo, comunista, attore della scena in pieno sessantotto. La sua strada è segnata: liceo, università facoltà di lettere, militanza politica, primo impiego in un giornale controcorrente che gli fa rallentare il conseguimento della laurea, ma scrivere lo rende forte, sempre più contestatore, giornalista d’assalto. Scrive di cronaca in questa sua città di merda sempre più corrotta. Ma arrivano gli anni settanta e il panorama politico cambia. Raimondo sta raggiungendo la trentina e la laurea ancora da conseguire diventa il suo obiettivo. All’università è un leader tra gli studenti più giovani di quasi un decennio e tra i docenti lo colpisce il professor Angelicus. Non è un comunista. È pacato, tranquillo, ma di grande cultura e ama la poesia, giusto come Raimondo, che ora che è vicino alla laurea vede concretizzarsi il suo sogno di diventare uno scrittore, un poeta affermato. Quelli del partito lo criticano, come puoi stare addosso ad uno così, ma lo sai da che parte sta? Ma Raimondo pensa alla carriera, alla sua voglia di sfondare. Supera gli esami e anche il professore sembra staccarsi da lui. Ma Raimondo comincia a tampinarlo di domande, richieste di consigli, desideroso della sua approvazione. Il suo sogno nel cassetto: un romanzo e la benedizione del professore. Lo segue, lo incalza, lo pressa di messaggi e telefonate, gli piomba in casa, il professore sempre paziente e sopra le righe sopporta conscio che “il docente ha l’obbligo di ascoltare il discente”. Finché il discente appalesa tutta la sua ambizione letteraria e il docente è costretto a sbilanciarsi….

E dunque il Male è sempre dietro di noi, in ogni tempo, senza tempo. Forse occorre guardarlo negli occhi per resistergli. Bisogna tenergli testa. Ma in che modo?  Montanari ci ha proposto tre strade, a noi la scelta. In fondo Dio non ci manda il preavviso. Così in ogni cosa dobbiamo essere pronti così come siamo, al meglio di noi, capita l’occasione e noi vorremmo prepararci, ma non c’è tempo. In fondo la vita è un palcoscenico nel quale devi saper improvvisare, insomma non ci sono prove, buona la prima!

Daniela Ori

Copyright © 2014 Daniela Ori

Il grido della terra – Missione Emilia

Sabato 22 febbraio 2014 alle ore 17,30

IL CIRCOLO DEGLI ARTISTI http://www.circolodegliartistimodena.it/

in collaborazione con

 I SEMI NERI

Associazione di Scrittori Modenesi www.semineri.it

 PRESENTA

“Il grido della terra – Missione Emilia”

Uno spettacolo tratto dal libro di FABIO CLERICI

www. fabioclerici.com

 Monologo di Lino Fontana

Musiche e immagini curate dall’autore

Lo spettacolo è tratto da un libro scritto per creare la consapevolezza emotiva di un fatto che per quanto doloroso e a volte insanabile nell’anima, ha trovato spazi di coscienza, cementando i rapporti fra persone, tanto da generare storie che abbracciano la totalità della sfera sociale, con protagonisti tutti noi, anziani e bambini prioritariamente, fino ad arrivare agli animali, fedeli fino alle estreme conseguenze.

Lo spettacolo si sviluppa nel racconto del protagonista Bruno, un agente di polizia di Milano, inviato in Emilia per la missione di soccorso al terremoto del 2012.  Il racconto di volta in volta apre alcune finestre su altrettanti “casi” fra loro indipendenti e non temporalmente consequenziali, dipingendo un quadro a tinte diverse con modifica di scenari e attori che uno dopo l’altro attraversano la rappresentazione.

L’attore Lino Fontana si inerpica nell’emozione narrativa affrontando le fasi salienti della struttura dell’opera letteraria, esaltando la tipicità dei personaggi e la drammaticità dei luoghi, non tralasciando spunti di marcata ironia che va a stemperare una struttura recitativa impegnativa ed emotivamente importante.

Le musiche e le immagini proiettate completano il percorso della parola e ne rafforzano l’intensità.

Il monologo si sviluppa in circa 55 minuti con breve introduzione dell’Autore del libro Fabio Clerici.

INGRESSO LIBERO

 Info: Il Circolo degli Artisti è a Modena, in via Castel Maraldo, n. 19/C  tel.059/214161 http://www.circolodegliartistimodena.it/

I SEMI NERI a BukModena 2014

Sabato 22 febbraio 2014 dalle ore 10,00 alle ore 11,00

 A  BUK MODENA Festival della piccola e media editoria

Sala “La Tigre e la Neve”

                              I SEMI NERI

Associazione di Scrittori Modenesi

www.semineri.it e-mail info@semineri.it

saranno presenti con

 L’ENIGMA DEL TORO

Un romanzo di

ADALGISA PINI, DANIELA ORI, ENRICO SOLMI, FRANCESCA POGGIOLI, GABRIELE SORRENTINO, MANUELA FIORINI, MARCO PANINI

Damster edizioni, Modena http://www.damster.it/

 Conduce Elisa Guidelli (Eliselle)

gli Autori daranno vita e voce ad alcuni personaggi della famiglia Tarvisi

Modena e la sua provincia dall’Appennino alla Bassa come non l’avete mai vista ne L’Enigma del Toro (Damster edizioni 2013, pp. 305 € 15,00) il thriller collettivo scritto da Daniela Ori, Gabriele Sorrentino, Marco Panini, Francesca Poggioli, Adalgisa Pini, Enrico Solmi, Manuela Fiorini, autori dell’Associazione I SEMI NERI.

Le indagini sulla morte in circostanze sospette di Marco Antonio Tarvisi, tormentato rampollo di una ricca e nobile famiglia della Bassa, catapulteranno l’ispettore Marcello Prandi in un’indagine da incubo che lo condurrà indietro nel tempo a scoprire un filo di violenza che unisce idealmente il terremoto del 1570 a quello del 2012. Un thriller che è anche un racconto di cinque secoli di storia modenese dal Cinquecento alla peste del 1630, dal Settecento di Francesco III ai moti carbonari, sino alla Seconda Guerra Mondiale e l’attuale crisi economica.

Segreti, passione, pericolo, intrigo. “L’enigma del Toro è un thriller, ma anche un affresco di cinque secoli di storia modenese e non solo. Un’opera dedicata alla ricostruzione delle terre della nostra Bassa, devastate dal sisma del 2012 e in parte colpite dalla recente alluvione del gennaio 2014.

Perché anche un libro può tenere accesi i riflettori su una tragedia e portare un sorriso.

 Info: Buk Modena Festival della piccola e media imprenditoria – 22-23 Febbraio 2014,

Modena, Foro Boario, Via Bono da Nonantola 2 (Mo) – http://www.bukfestival.it/

 

L’esilio della regina

Le chiome dei cedri fremevano in balia del vento della sera. Una sera macchiata di sangue.

Elyssa reggeva in lacrime il corpo senza vita del marito. Un uomo scelto per lei dal padre, ma che nel tempo aveva imparato ad amare.

Le sue urla avevano richiamato i servitori e ora intorno a lei si mescolavano grida di dolore e accuse di tradimento. Accuse che lei non aveva nemmeno la forza di ascoltare.

Continuò a sussurrare il suo nome finché la voce non si incrinò, cedendo alle lacrime. Gli occhi azzurri di Sicharbas erano fissi – la sua anima già ritta dinnanzi ai cancelli degli Dèi – e non l’avrebbero più guardata, non avrebbero più sorriso in quel modo speciale, riservato a lei.

“Sorella …”.

Elyssa si lasciò abbracciare dalla piccola Anna, rispondendo distratta ai suoi tentativi di calmarla, di distoglierla dalla vista delle ferite. Anna non capiva che lei voleva restare con Sicharbas fino all’ultimo momento possibile.

Infine i servitori arrivarono e si occuparono del corpo. Elyssa si guardò intorno, i grandi occhi nocciola erano quelli di un cucciolo smarrito; le sue mani tremanti allontanarono la coppa di infuso che Anna voleva farle bere.

“No, non voglio dormire”.

“Ely”.

“No!”.

Era tutto un incubo, una parte della sua mente continuava a ripeterlo, ma era una voce illusoria che non poteva resistere a lungo alla realtà.

Elyssa si sentiva smarrita come una bambina. Come quando era bambina, si trovò a cercare il volto di suo padre, quel sorriso comprensivo capace di confortarla, di farle accettare ciò che stava accadendo. Ma il re di Tiro era morto. Elyssa e Sicharbas sarebbero stati insieme i nuovi regnanti, se lui non fosse stato ucciso. Ucciso. La parola era spietata, letale come il coltello che aveva lacerato la vita del suo sposo, distruggendo così anche il loro sogno.

Anna le rimase accanto fino a che una serva non entrò di corsa a chiamarla, avvicinandosi al letto per spiegare sottovoce alla padrona che la sua presenza era richiesta nella sala delle udienze.

Elyssa trovò la voce per rassicurare la sorella. Non avrebbe fatto nulla, non avrebbe cercato di uccidersi. Anna annuì, ancora esitante, ma infine sembrò esserne convinta.

Rimasta sola, avvolta nella penombra di una sola fiaccola, Elyssa non riuscì a fare altro che inseguire i ricordi e aggrapparsi a loro. I suoi pensieri percorsero i corridoi del palazzo, stanze e giardini che erano stati complici dei momenti più belli trascorsi in due, lei e Sicharbas, davanti a loro un futuro da accogliere insieme. Tutto era stato spezzato, lasciandola sola e inerme di fronte alla potenza dei ricordi che ora facevano soltanto male.

Quando giunse il momento dell’ultimo addio al marito, nel corso dei riti funebri, Elyssa non aveva più lacrime. Si votò interamente alla divina Astarte, la Grande Madre, supplicandola di sostenerla e di dare un senso a quanto stava accadendo.

La morte di Belo, re di Tiro, che ancora pungeva come una spina nel cuore di tutti gli abitanti del regno, la lontananza di suo fratello Pigmalione dopo le lunghe discussioni che sembravano averli separati per sempre, e ora l’omicidio di Sicharbas.

Nei giorni seguenti la cerimonia le voci su un ritorno di Pigmalione tornarono a circolare con insistenza e con esse le insinuazioni e i sospetti che lo volevano mandante dell’omicidio.

Elyssa riuscì ad affrontare i suoi doveri di vedova, sorda agli inevitabili discorsi che fiorivano a palazzo così come ad ogni consiglio – per quanto sincero – dei fratelli rimasti a Tiro, che suggerivano di ritirarsi a riposare nella villa di campagna. Si affidò alle cure di Anna, lasciandosi truccare per presenziare alle udienze che la famiglia reale concedeva ai cortigiani e ai principi pronti a ripartire dopo aver onorato il defunto. Specchiandosi scorgeva una fragilità nel proprio sguardo che la ferì una volta di più, facendola sentire eternamente distante dalla Elyssa che Sicharbas aveva amato. Era irrimediabilmente lontana da se stessa, temeva che non sarebbe mai riuscita a ritrovare la fermezza e il coraggio di andare avanti.

“Credi che nostro fratello tornerà davvero?” – sentì mormorare da Anna, in un tardo pomeriggio di fine estate.

Si trovavano nella corte interna, sedute sul bordo della fontana, le mani che sfioravano pigramente la superficie dell’acqua.

“Non lo so” – le rispose Elyssa, ricordando con un brivido l’ultima discussione prima che Pigmalione lasciasse Tiro. Da quel giorno aveva fatto pervenire appena due messaggi colmi di amarezza e di astio. Continuare a sperare in un rappacificamento era diventato sempre più difficile.

“Una parte di me lo vorrebbe” – riprese dopo un attimo di silenzio.

“E se fosse vero quello che dicono? Se fosse stato lui a volere che Sicharbas …”.

Elyssa si alzò in piedi, i pugni talmente stretti da sentire le unghie affondare nel palmo. “Non voglio crederci, Anna. Non voglio nemmeno pensarci”.

Anna chinò il capo, dispiaciuta. “Perdonami.”

Elyssa le sfiorò una guancia, sforzandosi di ritrovare il sorriso, per non angustiare ancora di più la sorella minore. “Andiamo nelle nostre stanze e non parliamone più”.

Non poté impedire alla propria mente di ripensare a quelle voci, alle paure di Anna, a quello che molti a palazzo ritenevano sempre più vero. Si coricò inquieta più che mai e per ore non fece altro che rigirarsi nel letto. L’aria della notte era insolitamente ferma, un’umidità fastidiosa aderiva alla pelle e affannava il respiro. Sentì le lacrime riaffacciarsi e serrò gli occhi, consapevole che trattenerle anche nella poca solitudine che le era concessa avrebbe soltanto peggiorato le cose. Le lasciò scorrere, offrendole ad Astarte, nelle tenebre della sua stanza che rispecchiavano ciò che aveva dentro. Solo buio.

Il tempo sospese il proprio viaggio ed Elyssa non seppe dire quanto ne fosse trascorso, quando si destò e si sollevò a sedere, sicura che nella stanza ci fosse qualcuno. Non ci furono movimenti, né respiri diversi dal suo, ma la sensazione si rafforzava un istante dopo l’altro, anziché cadere nel vuoto. “Chi…?”.

“Devi andartene, cuore mio. Chi ha voluto la mia morte non intende fermarsi, sta tornando”.

Il cuore di Elyssa mancò un battito all’udire di nuovo calore di quella voce per lei inconfondibile, indimenticabile.

“Dove sei?” – domandò nell’oscurità.

“Sono in te, lo sarò sempre. Ma non voglio che tu mi raggiunga oltre la Soglia prima del tempo. Devi metterti in salvo, a Tiro scoppierà una guerra civile. Se Pigmalione ti troverà qui, userà tutte le sue armi, pur di salire al trono”.

Così era vero. Pigmalione non aveva mai smesso di covare la rabbia per un trono che gli sfuggiva per nascita, arrivando al punto di lottare per ottenerlo altrimenti, con l’omicidio e il tradimento.

Elyssa rabbrividì. Non aveva perso soltanto il futuro costruito insieme a Sicharbas, ma anche il passato.

Fratello mio, come hai potuto?

“Scappa, Elyssa. Non c’è più nulla in Pigmalione del fratello che amavi”.

Elyssa scosse la testa. Nella sua mente Pigmalione, il bambino che era stato, le mostrava sulla spiaggia le conchiglie raccolte, l’orgoglio e la gioia colmavano il sorriso sul visetto tutto sporco di sabbia, sotto una massa di capelli fulvi. Si lasciava prendere la mano nel tornare verso il porto, dove con fare solenne le annunciava che sarebbe diventato il miglior capitano della flotta del padre.

“Non può essere”.

“Te ne prego, Amore. I nostri Dèi non vogliono la tua fine”.

Non vogliono la mia fine…

“Ma hanno voluto che perdessi tutto”. L’amarezza rese la sua risposta fredda e rancorosa.

Altrettanto severo si fece all’improvviso il tono di Sicharbas, che gradualmente divenne visibile agli occhi di Elyssa. La durezza dello sguardo non le impedì di riconoscere i tratti dolci del viso che tanto amava. Qualcosa stava accadendo, però, alla figura del marito, che lentamente si andava formando da un sottile filo di fumo. Era lui, eppure non lo era.

La paura di ciò che lei stessa aveva detto la fece arretrare, consapevole di aver disonorato la propria famiglia, così devota agli Dèi. A capo chino, Elyssa si sentì ancora più sola, in un baratro dal quale non riusciva più a risalire.

“Figlia mia” – le mani incorporee di Sicharbas circondarono le sue – “Guardami”.

Elyssa alzò lo sguardo, inondato di lacrime. Negli occhi di Sicharbas v’era la luce di Astarte e, senza più alcuna traccia di collera, la guardava con un amore che lei sapeva di non meritare più.

“Quella che ti sto chiedendo è una scelta di grande coraggio. Se accetterai di affidarti davvero a me, le tue sofferenze non saranno state inutili e in ogni giorno che vivrai sentirai la presenza di chi amavi e ti è stato strappato”.

“Ma perché lui? Dopo mio padre, perché avete voluto togliermi anche lui?”.

“Per un motivo che ora il dolore e la rabbia continuerebbero a celare alla tua ragione. Il vostro non è un addio assoluto, Elyssa. Come io sono sempre stata presente in lui quando era in vita, nel suo io divino, da oggi in poi il mio abbraccio ti porteranno la sua presenza e il suo sostegno”.

Elyssa annuì, desiderando con tutta se stessa credere a quella promessa, pregando di potersi davvero rialzare.

“Elyssa, sorella!”. I colpi alla porta la fecero sussultare, interrompendo il contatto con la Madre e con Sicharbas. Per un lungo istante, richiamò disperata quella presenza. Aveva riconosciuto fin troppo bene la voce di chi bussava alla porta delle sue stanze e non era certa di poter affrontare ora Pigmalione.

Invece, proprio ora hai in te la forza per affrontarlo. Le sue gambe tremavano, ma quando sentì il fratello discutere con Anna fuori dalla soglia il timore per la sicurezza della sorella ebbe il sopravvento su ogni altra paura. Elyssa si alzò e impugnò la torcia, dirigendosi verso la porta. “Fratello” – riuscì a tenere ferma la voce, facendo poi cenno ad Anna di tornare a dormire, fingendo di ignorare i suoi tentativi di comunicare con lei.

Solo quando la sorella si fu allontanata, Elyssa si rivolse a Pigmalione e sostenendone lo sguardo di sfida lo trovò terribilmente cambiato.

La crudele soddisfazione per ciò che stava per ottenere non era vera felicità, soltanto una sua effimera imitazione. I lunghi viaggi avevano forgiato la sua figura, la determinazione nel suo sguardo sembrava essere nutrita soltanto dalla collera. Il cuore piangeva, mentre Elyssa si sforzava di tenere saldi i nervi.

“Spiegami, fratello, perché sei tornato soltanto ora, nella notte?”.

“Un’accoglienza davvero fredda, mia sorella e Regina”.

Pigmalione entrò nella stanza senza attendere l’invito. Si guardò intorno in un lungo attimo di silenzio, durante il quale Elyssa chiuse fuori dalla porta le inutili proteste delle guardie. Aveva compreso da sola quanto la situazione fosse critica, dall’esterno del palazzo sentiva giungere clangori di spade. Pigmalione non era tornato come un parente, ma da conquistatore.

“Quanti anni ha la nostra piccola Anna, ora?”.

Elyssa tremò visibilmente, nel percepire in quella domanda in apparenza affettuosa una soffusa minaccia. “Cosa vuoi?”.

“Sarà data in sposa al mio generale più fidato”.

Ordini, decisioni che lei avrebbe già dovuto accettare, le scelte del nuovo regnante.

“Temo che la tua ansia di salire al trono ti abbia fatto dimenticare chi è il primogenito, tra noi fratelli”.

Pigmalione intercettò il suo sguardo con un sorriso rilassato, quasi divertito. “Oh, lo so molto bene, invece. Sei tu, sorella. La sovrana che il popolo ama incondizionatamente, così come amava i nostri genitori”.

“E tu riusciresti a meritare lo stesso amore dalla tua gente?”.

“Riuscirei, se mi premesse. Il punto è un altro, Elyssa cara”. Allungò una mano, che Elyssa fermò all’altezza del polso prima che giungesse a sfiorarle il viso.

“Io e te regneremmo nella pace” – riprese lui, più suadente.

“Un traditore dalle mani ancora sporche di sangue? Non riuscirà mai a conservare il trono”.

“Sei abile a usare parole di potere e di giudizio, sorella. Ma saprai accettarne anche le conseguenze? Come resisterà il tuo cuore puro, nel vedere la tua gente morire a causa tua?”.

Fai attenzione, Elyssa. Cuore mio, ti prego…

Il sorriso di Pigmalione si allargò, facendosi ancor più sfrontato quando Elyssa lasciò la presa sul suo polso.

Tratteneva a stento la frustrazione. Doveva ammettere che il fratello la conosceva ancora molto bene. Sapeva che lei non avrebbe mai potuto accettare di essere la causa della morte e del dolore anche tra la sua gente. Ma non intendeva nemmeno cedere ad un simile ricatto, consegnando il regno di suo padre al mostro che Pigmalione era diventato.

Madre, Sicharbas, datemi la forza.

“Tiro ha ancora la sua regina?” – incalzò lui. Incombeva su di lei, molto più alto e capace -se avesse voluto -di prenderla con la forza. Elyssa dovette fare i conti con la verità più dolorosa, quella che finora non era stata in grado di accettare nemmeno quando l’aveva udita dalla voce di Sicharbas. Pigmalione non era più lì, non v’era niente di lui in quell’uomo.

“Non voglio essere testimone, né tanto meno regina, di un regno governato con l’arroganza del più forte” – gli rispose.

“Allora sarai una degli schiavi. Questi sono i termini dell’accordo”.

“Da traditore e assassino quale sei, non hai alcun diritto di stabilire i termini dell’accordo” – replicò Elyssa. Sentiva di nuovo fermezza nel proprio cuore, sentiva che agire per il bene della sua gente era ciò che avrebbe fatto Belo… e anche Sicharbas, se gli fosse stato permesso di governare. Sentì che era questo, ciò che la Grande Madre aveva inteso dire.

“Dunque, quale sarebbe la tua proposta, Regina di Tiro?” – la beffeggiò Pigmalione.

“Fonderò altrove un nuovo regno, porterò con me Anna e la gente che vorrà seguirmi. Non voglio che gli orrori di una guerra distruggano quello che nostro padre aveva costruito”.

Pigmalione azzardò il gesto di baciarle la mano. Elyssa non glielo permise; lo freddò con lo sguardo, sfidandolo a osare.

“Se soltanto uno dei tuoi uomini userà violenza sugli abitanti di Tiro, hai la mia parola: su di te penderà la maledizione di tutti i nostri Dèi. Credimi, fratello, non vuoi scoprire cosa significhi mettersi contro di Loro”.

***

Una piccola flotta di navi s’allontanava una decade dopo dal porto di Tiro, solcando quelle acque che per mesi avrebbero cullato il seme della futura Cartagine.  Elyssa sedeva a prua della nave che guidava la rotta, la sorella Anna stretta in un abbraccio che dava conforto a entrambe. Non c’erano stati altri sogni o altre apparizioni di Astarte, ma una nuova forza dentro di lei confermava ad Elyssa di aver fatto la scelta giusta. E in quella decisione che tanto le era costata, che la rendeva una regina in esilio, c’era un’energia che la faceva sentire amata, che racchiudeva in sé  lo spirito della Madre e l’amore del suo sposo, proprio come la Dea le aveva sussurrato nel momento più cupo.

 

Un racconto di Francesca Poggioli

Copyright © 2014 Francesca Poggioli

 

Nota dell’Autrice:

Elyssa, conosciuta anche come Didone di Tiro, futura fondatrice di Cartagine, era la primogenita dei quattro figli di Belo, sovrano della città-stato fenicia. “L’esilio della regina” è stato ispirato da un’amica scrittrice, Daniela Ori, che in un suo breve e bellissimo racconto ha descritto Elyssa nel momento della sua ultima e coraggiosa scelta, che ne ha consegnato la memoria all’eternità. Pur dedicandolo a Daniela, io ho scelto invece di narrare nel racconto la mia idea dell’inizio di questo lungo cammino di Elyssa, seguendo la versione della sua leggenda diversa da quella dell’Eneide, dove si sarebbe uccisa per amore, per il dolore provato per la partenza di Enea.

 

 

 

 

 

Amore copia e incolla

 

E’ una bella serata di inizio estate, la musica invade le vie del centro storico e stanno per arrivare i figuranti in abito d’epoca per la sfilata. A Diana sono sempre piaciute le feste di rievocazione storica e spesso vi partecipa con l’amica del cuore Laura. A proposito, ma Laura dov’è? L’amica è stata forse trattenuta alle prove, è una cantante e sta provando un nuovo musical, forse stasera le prove sono state un po’ più lunghe. Adesso la chiamo – pensa Diana, ma la musica è troppo alta e rischia di non sentire la voce, così decide di inviare a Laura un messaggino: Ti aspetto davanti al Castello. Mantova, dove abitano le ragazze, è una città piena di storia e anche solo sostare vicino al suo meraviglioso castello, fa immaginare i fasti dei Gonzaga e di una corte piena di artisti e musicisti. Un minuto dopo, un “bip” segnala l’arrivo di un messaggino. Che tempestività – pensa Diana – la mia amica mi ha già risposto. E invece non è suo questo sms. “Mi manchi, mi manchi come al fiore manca il sole…”.

“Ciao, scusa del ritardo, ma il regista stasera ci ha fatto ripetere il ballo d’apertura dieci volte!”. Così esordisce Laura, che ha raggiunto la sua amica. Ma la trova intenta a leggere l’sms appena arrivato.

“Un messaggio carino?” – domanda Laura.

“Oh sì, molto carino, ma non credo sia proprio “farina del sacco” di chi me lo manda…. “ – Così risponde Diana perplessa.

Laura non fa in tempo a replicare che anche sul suo cellulare arriva il segnale di un messaggino: “Mi manchi, mi manchi come al fiore manca il sole…”.

“Uffi! – urla Laura- ma non la smette mai?”.

“Fammi capire – ridacchia Diana – ancora lui?”. Ebbene sì, lo stesso mittente ha inviato il medesimo messaggio a due amiche, a distanza di pochi minuti, l’uno dall’altro.

Diana è una pianista e accompagna spesso la sua amica Laura ai concerti. E proprio una sera, a Sirmione sul Garda, durante un concerto di musica celtica, le due ragazze hanno conosciuto Marcello. Lui, torinese, è sempre in giro, suona l’arpa e il pianoforte, la musica è la sua passione e quando suona e parla di concerti, i suoi occhi verdi si illuminano di intensità. Anche per Laura e Diana la musica è la vita e conoscere Marcello è stato davvero interessante. E’ un bel ragazzo, alto, dalla carnagione chiarissima, che si atteggia a personaggio timido, ma in compenso ha il vizio di …. corteggiare tutte le donne. Tutte, ma proprio tutte quelle che incontra, senza ritegno, senza esitazione. E ne corteggia una, due, tre, dieci… di varie città, contemporaneamente e chiede loro appuntamenti e non si cura del fatto che abbiano un fidanzato o un compagno, anzi la cosa lo intriga ancora di più, perché lo stuzzica, è come se volesse sperimentare fino a che punto arriva il suo livello di seduzione…

***

La festa di piazza entra nel vivo e le danze diventano un vortice, nel quale il pubblico viene coinvolto e partecipa battendo il tempo con le mani e seguendo, con la voce, il ritmo delle note di melodie conosciute e apprezzate. Laura e Diana si lasciano circondare dall’armonia della danza e dalla brezza della notte che le ha raggiunte e le abbraccia come una fata gentile che le trasporta in un sogno con la fantasia. Ma ecco arriva Alessandro, il fidanzato di Laura, che è appena giunto da Bologna, dove abita e lavora come informatico. Questo fine settimana è venuto lui a trovare Laura, la prossima volta se ne andrà lei da lui.

Diana si congeda da Laura, ora in dolce compagnia, e se ne torna a casa. Da quando è finita la sua tormentata relazione con Giacomo, è piacevole per lei assaporare il silenzio del proprio tempo e soprattutto la pienezza della propria libertà. E poi ciò che veramente sente come il vero amore della propria vita, è la musica, non potrebbe vivere senza la musica, la sola che non la tradisce, ma la riempie di emozioni, la esalta e la consola. Sempre.

Diana ha appena parcheggiato la sua auto azzurra nel garage di casa, quando le arriva un messaggino: “Notte di luna piena, notte di magia”. E’ ancora un sms di Marcello. Chissà se lo ha inviato anche a Laura? Certo che sì e non solo a lei, di sicuro … Laura glielo dirà, domani.

***

Ah, questa mania di facebook e questa moda di chattare e di fare gossip in rete… Diana, anche se è già passata la mezzanotte, non resiste e accende il computer. Solo per salutare la mia amica che abita a Varese. Dice a se stessa.

“Ciao Serena, ci sei?”. Ovvio che Serena è connessa, come potrebbe non esserlo…

Serena è una ragazza giovane, dolce ma un po’ fragile, è amica di chat sia di Laura sia di Diana, anche lei è appassionata di musica celtica e pure lei ha conosciuto il nostro “inquietante” Marcello. Ha confidato alle sue amiche di essere tempestata dai suoi messaggi e dalle sue mail e, guarda caso, con lo stesso contenuto di quelli che lui sistematicamente manda a tutte! Deve essere davvero veloce questo Marcello, allenato sulla tastiera del pianoforte o sulle corde dell’arpa, perché manda in media un messaggino al minuto e così, solo in un’ora, potrebbe aver contattato, invitato, affascinato, ingannato … ben sessanta donne. Ma che tipo è uno così? Forse è un personaggio un po’ insicuro, tanto da corteggiare contemporaneamente più donne, alle quali giura amore, ma in realtà non ne ama davvero nessuna, proprio perché, forse, non riesce nemmeno ad amare se stesso. E invece lui cerca di far emergere di sé una personalità sicura, forte, vuole fare credere di avere forza e coraggio, come un guerriero dei tempi delle battaglie e delle sfide del passato. Fa credere quello che non è. Quando parla con le sue “prede” non si mostra mai noioso, non nasconde la sua voglia di vivere, non rinuncia a divertirsi e a divertire e usa i muscoli per stupire e il cervello per incantare. Peccato che tutte le frasi che manda alle amiche siano copiate da favole, canzoni, poesie, cartoni animati … è un mago del “copia e incolla”, classica tecnica che utilizziamo tutti per lavorare, aggiornare, scrivere … Ma in questa sua corsa a distribuire il suo amore copia e incolla, il nostro Marcello è poco avveduto… come si possono inviare gli stessi messaggi a quelle che sono amiche e che, inevitabilmente, si parlano e si confidano?

E così un bel giorno, una di loro, una delle tante, lo affronta e gli rovescia addosso tutta una serie di rancori e insulti, perché uno così non è coerente, né credibile, né affidabile …

Ma Marcello non si scompone neppure, anzi replica con frasi dense di candida ingenuità: “Ma no, il messaggino che mando a te è diverso da quello che mando alle altre, ha un significato profondo, io a te tengo particolarmente…”.  Ma poi a lui in realtà non interessa giustificarsi e, di certo, ricomincerà il suo giochetto con un’altra donna, anzi con due, tre, dieci …

***

Intanto Serena se ne va in vacanza in Sicilia con alcuni amici e di certo si divertirà molto. Laura ha programmato un viaggio in Scozia con il fidanzato Alessandro. E Diana? Oh, la nostra pianista ha tanti sogni, ma intanto studia, suona, compone e ascolta melodie. E un giorno, su una bancarella di libri vecchi, le compare tra le mani una copia dell’Orlando Furioso. Lo apre e legge il finale: la scelta di Angelica, la bella principessa che, dopo essere stata corteggiata da guerrieri e cavalieri che guardavano a lei solo per vanità, ma in realtà pensavano solo alla guerra, ai combattimenti e alle sfide, insomma pensavano solo a se stessi, ecco decide di concedersi al mite Medoro, che di spada non capisce nulla, ma è attratto dalla vita semplice, desidera vivere lontano dalla mondanità e poi ama Angelica, ama solo lei, di amore vero, intenso, assoluto … Diana chiude il libro e, con un sorriso, pensa che, in fondo, uomini così esistono solo nelle favole e nei romanzi cavallereschi. La realtà è tutta diversa tuttavia …

Diana sospira, ma intanto è giunta davanti al teatro. Oggi c’è la prova finale del concerto, domani sera il debutto. Un brivido di emozione le percorre la schiena, ma ecco si siede al pianoforte e comincia a suonare. I tasti bianchi e neri sembrano giocare tra le sue dita agili e il coro dei violini già crea uno sfondo magico alla melodia. Nel camerino il cellulare squilla. Ma Diana non lo sente. Lo vedrà dopo il messaggino di Marcello: “In bocca al lupo per il tuo concerto”. Forse questo sms l’avrà inviato a lei sola? Forse, ma che importa? Diana è concentrata solo sul concerto, solo la musica è al centro della sua scena e del suo cuore.

 

 Ogni riferimento a persone o a situazioni reali è puramente casuale.

Un racconto di Daniela Ori

Copyright © 2014 Daniela Ori

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